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	<title>Nouvellevague &#187; Nouvellevague &#8211; Blog di cinema, musica e libri</title>
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	<description>Artisti, pazzi, visionari</description>
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		<title>L&#8217;arte di vincere</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Feb 2012 15:36:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Davide Verazzani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Money Ball – Regia: Bennett Miller – Con: Brad Pitt, Jonah Hill, Philip Seymour Hoffman – Sceneggiatura: Steven Zaillian, Aaron Sorkin – Montaggio: Cristopher Tellefsen – Fotografia: Wally Pfister – Scenografia: Jess Gonchor – Costumi: Kasia Walicka Maimone – Produttori: Scott Rudin – Michael De Luca – Rachael Horovitz – Distribuzione: Warner Bros – Durata: [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nouvellevague.eu/wp-content/uploads/2012/02/larte-di-vincere1.jpg"><img src="http://www.nouvellevague.eu/wp-content/uploads/2012/02/larte-di-vincere1.jpg" alt="larte di vincere1 Larte di vincere" title="l&#039;arte di vincere" width="306" height="165" class="alignleft size-full wp-image-1992" /></a><em>Money Ball</em> – Regia: Bennett Miller – Con: Brad Pitt, Jonah Hill, Philip Seymour Hoffman – Sceneggiatura: Steven Zaillian, Aaron Sorkin – Montaggio: Cristopher Tellefsen – Fotografia: Wally Pfister – Scenografia: Jess Gonchor – Costumi: Kasia Walicka Maimone – Produttori: Scott Rudin – Michael De Luca – Rachael Horovitz – Distribuzione: Warner Bros – Durata: 133 min. &#8211; USA, 2011<br />
<span id="more-1989"></span><br />
Billy Beane, manager degli Oakland Athletics, squadra di baseball di media caratura arrivata per miracolo alle finali nazionali, e saccheggiata negli effettivi dalle concorrenti più ricche, decide di cambiare schema di gioco, affidandosi ai calcoli statistici del giovane economista Peter Brand, incontrato durante una trattativa di mercato. Si trova contro l’opinione pubblica, gli scout della sua squadra e soprattutto l’allenatore, che si ostina a mandare in campo i giocatori in ruoli diversi da quelli pensati dalla coppia Beane-Brand. L’ inizio è fallimentare, ma gli Athletics sapranno stupire il mondo….</p>
<p>Non vi è sport più cinematografico del baseball: si contano a decine i film che, direttamente o meno, ruotano intorno allo sport nazionale americano; questo sia per il banale sillogismo che lega Stati Uniti, cinema e baseball, sia perché si tratta di uno sport di squadra la cui potenza metaforica è di ampio respiro. In questo caso, ispirato alla storia vera del manager che nel 2002 compì la rivoluzione copernicana di creare una squadra vincente dal nulla, con pochi soldi, usando strategie del tutto innovative, a dire il vero lo sport c’entra solo come contorno: se anche (come il sottoscritto) non conoscete alcuna regola del baseball, non per questo vi perderete il senso della pellicola. Che risiede, invece, nel rovesciamento del Grande Sogno, quello in cui l’essere vincenti è tutto, nella vita, e la sconfitta non è considerabile. Billy Beane, è in realtà un meraviglioso perdente, che sbaglia sempre le scelte cruciali della vita (siano esse legate alla sua vita professionale, iniziata con il piede sbagliato negli anni ’70, o a quella personale, con un matrimonio in pezzi e una paternità in costante necessità di recupero), che arriva a un passo dal piedistallo senza riuscire a salirci sopra, e che nonostante tutto rimane in piedi con una dignità e un’energia che qualsiasi manager rampante o guru dell’autostima dovrebbe invidiargli. Non ha segreti né formule magiche da dispensare: è semplicemente un uomo, con i suoi limiti, i suoi difetti, le sue incapacità croniche (devastante il modo in cui demolisce la pratica, discutibile, delle “prediche” prepartita con il più antiretorico discorso motivazionale mai visto al cinema), ma anche il suo intuito, la sua semplicità, i suoi valori. Un uomo che, se si guarda allo specchio, può ancora volersi bene. E noi con lui.<br />
Brad Pitt, nei panni del protagonista, dona una patina di verità al personaggio, distante anni luce dalle copertine voyeuristiche cui l’attore è abituato, e si candida seriamente al ruolo di favorito nella notte degli Oscar. Statuetta che potrebbe non sfuggire anche a Jonah Hill, un tenero e deciso Peter Brand, e soprattutto alla favolosa sceneggiatura, asciutta, divertente ma appuntita come lama di coltello, effetto (anche) della prodigiosa mente di Aaron Sorkin, già premiato nel 2010 per <em>The social network</em>.<br />
Un film pieno di ritmo e dalle mille sfaccettature. Perciò, imperdibile. </p>
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		<title>The iron lady</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 23:06:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Davide Verazzani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>

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		<description><![CDATA[The Iron Lady – Regia: Phyllida Lloyd – Con: Meryl Streep, Jim Broadbent, Olivia Colman – Sceneggiatura: Abi Morgan – Montaggio: Justine Wright – Fotografia: Elliott Davis – Scenografia: Simon Elliott – Costumi: Consolata Boyle – Produttori: Damian Jones, con Anita Overman e Colleen Woodcock – Distribuzione: BIM &#8211; Durata: 104 min. – Gran Bretagna, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nouvellevague.eu/wp-content/uploads/2012/01/iron-lady.jpg"><img src="http://www.nouvellevague.eu/wp-content/uploads/2012/01/iron-lady.jpg" alt="iron lady The iron lady" title="iron lady" width="275" height="183" class="alignleft size-full wp-image-1985" /></a><em>The Iron Lady</em> – Regia: Phyllida Lloyd – Con: Meryl Streep, Jim Broadbent, Olivia Colman – Sceneggiatura: Abi Morgan – Montaggio: Justine Wright – Fotografia: Elliott Davis – Scenografia: Simon Elliott – Costumi: Consolata Boyle – Produttori: Damian Jones, con Anita Overman e Colleen Woodcock – Distribuzione: BIM &#8211; Durata: 104 min. – Gran Bretagna, 2011<br />
<span id="more-1983"></span><br />
Oggi Margaret Thatcher è un’anziana e ricca signora, insignita del titolo di baronessa dal 1992, che conduce vita ritirata e solitaria, dopo la morte del marito avvenuta nel 2003, e combatte contro l’Alzheimer. Ma ci fu un tempo in cui tutto il mondo guardava a lei con ammirazione, rispetto oppure odio. Erano i favolosi anni ’80, e la “lady di ferro” stava riuscendo a riportare il Regno Unito fra le grandi potenze mondiali, dopo la depressione del decennio precedente. Tra lunghi flashback e sprazzi su un presente difficile, la fotografia di una donna che è partita dal nulla e ha dominato un mondo creato a misura di maschio.<br />
Ritrarre un leader davvero “bigger than life”, che ha saputo attrarre l’amore e l’odio in egual misura, e per giunta a soli 20 anni dal suo ritiro dalla politica attiva, fa correre un rischio duplice: da un lato quello di esaltarne le caratteristiche negative, dall’altro quello di produrre, anche solo per amor di polemica, una stucchevole agiografia. La sceneggiatrice Abi Morgan, reduce dai fasti di Shame, ha intelligentemente scelto una terza via: raccontare il fascino del Potere, come lo si cerca, lo si ottiene e lo si perde, insieme alla decadenza fisica, che rende il ferro simile al burro, e a una storia d’amore rimasta per il mondo intero sottotraccia fino a scomparire, qui invece motore della storia fin dalle prime scene. Il risultato è un film dalle tinte shakespeariane, che sa essere leggero quanto basta per appassionare il grande pubblico ma sufficientemente esaustivo nel tratteggiare a tutto tondo una personalità dura e sfaccettata, dall’ego ipertrofico e dal decisionismo cosmico; una donna circondata da lacchè politicanti di bassa lega (che infatti la tradiranno in nome di una realpolitik che li porterà al fallimento), dura e convinta ma mai cinica, disprezzata tanto quanto rispettata; una donna il cui volto è quello di una Meryl Streep che, al di là del pesante make-up, fornisce un’interpretazione di straordinaria aderenza, in grado di farle vincere il terzo Oscar della carriera; una donna che viene indagata dalla regista Phyllida Lloyd, di sano impianto teatrale ma prestata al cinema già per la commedia musicale Mamma mia!, con pudore misto a realismo (l’inserimento di spezzoni di filmati di repertorio, anche riguardanti la sciagurata guerra delle Falkland, dà il giusto spessore storico alla pellicola).<br />
Un ritratto fiammeggiante e senza infingimenti, che sa interessare e coinvolgere, senza mai intenerire. Una sfida difficile, ma vinta a pieni voti.  </p>
<h4>Incoming search terms:</h4><ul><li>shame scena ragazza metro</li></ul>]]></content:encoded>
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		<title>Shame</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Jan 2012 22:54:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Davide Verazzani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
<category>Carey Mulligan</category><category>michael fassbender</category><category>shame</category><category>steve mcqueen</category>
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		<description><![CDATA[Shame – Regia: Steve McQueen – Con: Michael Fassbender, Carey Mulligan, James Badge Dale – Sceneggiatura: Steve McQueen, Abi Morgan – Montaggio: Joe Walker – Fotografia: Sean Bobbit – Scenografia: Heather Loeffler – Costumi: David C. Robinson – Produzione: Iain Canning, Emile Sherman – Durata: 99 min. – Gran Bretagna, 2011 Brandon ha tutto: un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nouvellevague.eu/wp-content/uploads/2012/01/shame.jpg"><img src="http://www.nouvellevague.eu/wp-content/uploads/2012/01/shame.jpg" alt="shame Shame" title="shame" width="259" height="194" class="alignleft size-full wp-image-1980" /></a><em>Shame</em> – Regia: Steve McQueen – Con: Michael Fassbender, Carey Mulligan, James Badge Dale – Sceneggiatura: Steve McQueen, Abi Morgan – Montaggio: Joe Walker – Fotografia: Sean Bobbit – Scenografia: Heather Loeffler – Costumi: David C. Robinson – Produzione: Iain Canning, Emile Sherman – Durata: 99 min. – Gran Bretagna, 2011<br />
<span id="more-1978"></span><br />
Brandon ha tutto: un bel lavoro da manager in un sontuoso ufficio di Manhattan, una bellezza mozzafiato, un sacco di soldi, un innato savoir faire. Ha tutto, ma non possiede niente. E soprattutto, non è in grado di instaurare una relazione sentimentale, se non attraverso il pagamento e la sottomissione. La sorella Sissy, sciroccata cantante dalla vita disordinata, piomba d’improvviso nel suo appartamento, e manda in frantumi l’instabile equilibrio che il giovane manager aveva pensato di poter gestire.<br />
La seconda prova dell’erculeo regista e video artista britannico McQueen (nessuna parentela con l’omonimo attore degli anni ’60 e ’70) è un vertiginoso balzo verso l’inferno della solitudine in cui una società sfrenata, dedita a un consumismo senza scrupoli e senza scopo, riesce ad avviluppare anche le menti e i corpi più nobili e potenzialmente sinceri. Brandon, interpretato con un’aderenza incredibile, degna di un Oscar dopo la Coppa Volpi vinta a Venezia, dalla nuova icona del cinema mondiale Michael Fassbender, è tutti noi fin dall’inizio; fin da quando si aggira, nudo e spaesato, nel suo appartamento in una mattina di risveglio dopo una notte agitata, fin da quando caccia con gli occhi una nuova preda femminile in metropolitana, per poi perderla nella folla un attimo dopo, frenato dalla verità dell’emozione più che dalla confusione. Nella sua calma agitazione, ossimorica solo in apparenza, nella sua compulsiva ricerca di un barlume di felicità che non si risolva in un piacere pagato, e nella sua, inevitabile, sconfitta, il protagonista incarna le contraddizioni dell’uomo metropolitano, che vorrebbe chiedere e osare di più ma si trova impotente davanti alla scelta. L’arrivo della sorella (una splendida Carey Mulligan, sempre più in ascesa nei nostri borsini personali) non è un motivo di quiete: la ragazza è il suo contraltare ma anche il suo specchio, tanto è apparentemente appagato lui quanto sconclusionata lei, eppure con una vita interiore altrettanto ricca e sincera pur nella sua malinconia profonda fino alla psicosi. McQueen segue questi due tenerissimi disagiati con la potenza delle sue immagini, vorticose fino alla protervia, capaci di donare momenti di realtà quasi insostenibile (una “New York, New York” cantata a cappella in primo piano, una seduzione omo di violenza fassbinderiana), fino a un’ultima mezzora che lo spettatore vive in apnea, fra momenti di cupa disperazione, musica di Bach alle stelle e un’ultima (?) orgia di disturbante tristezza.</p>
<h4>Incoming search terms:</h4><ul><li>shame ragazza metro</li></ul>]]></content:encoded>
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		<title>J.Edgar</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Jan 2012 10:40:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Davide Verazzani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>

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		<description><![CDATA[J.Edgar. Regia: Clint Eastwood &#8211; Con: Leonardo Di Caprio, Naomi Watts, Judi Dench, Armie Hammer, Josh Lucas &#8211; Sceneggiatura: Dustin L. Black &#8211; Montaggio: Joel Cox, Gary Roach &#8211; Fotografia: Tom Stern &#8211; Scenografia: James Murakami &#8211; Costumi: Deborah Hopper &#8211; Produzione: Clint Eastwood, Brian Grazer, Ron Howard, Robert Lorenz &#8211; Durata: 137 min. &#8211; [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nouvellevague.eu/wp-content/uploads/2012/01/j.edgar_.jpg"><img src="http://www.nouvellevague.eu/wp-content/uploads/2012/01/j.edgar_.jpg" alt="j.edgar  J.Edgar" title="j.edgar" width="285" height="177" class="alignleft size-full wp-image-1975" /></a> <em>J.Edgar.</em> Regia: Clint Eastwood &#8211; Con: Leonardo Di Caprio, Naomi Watts, Judi Dench, Armie Hammer, Josh Lucas &#8211; Sceneggiatura: Dustin L. Black &#8211; Montaggio: Joel Cox, Gary Roach &#8211; Fotografia: Tom Stern &#8211; Scenografia: James Murakami &#8211; Costumi: Deborah Hopper &#8211; Produzione: Clint Eastwood, Brian Grazer, Ron Howard, Robert Lorenz &#8211; Durata: 137 min. &#8211; USA, 2011<br />
<span id="more-1973"></span><br />
La vita di Edgar Hoover, capo indiscusso del FBI per 48 anni e uomo fra i più potenti degli Stati Uniti fino alla morte, avvenuta nel 1972, raccontata in flashback attraverso un’autobiografia molto romanzata che il capo del Bureau investigativo, ormai anziano, detta a tre diversi fidati giornalisti. Oltre ai successi personali (la lotta a Dillinger e Capone, la cattura dell’assassinio del figlio di Lindbergh, il prestigio crescente dell’ufficio da lui diretto) sono raccontati, fra le righe, i drammi e le vergogne di un uomo paranoico e crudele anche verso se stesso: l’omosessualità latente, l’ossessione verso i complotti comunisti e destabilizzatori, la mania per le intercettazioni e per la creazione di dossier riservati con cui ricattare i nemici.<br />
Eastwood continua il suo personale discorso sullo Stato dell’Unione, e non c’è granchè di cui rallegrarsi. Da grande vecchio del cinema classico, scruta dall’alto il marcio che si è infilato nella sua nazione, e nel mondo intero potremmo dire, attraverso una figura potentemente metaforica come quella di Hoover; l’emblema di un potere occhiuto e silenzioso, indifferente alle tragedie altrui ma molto attento ai propri interessi, diventa il sosia di una società che non sa più essere sincera verso sé e gli altri. Non è una questione di valori di base, né di lealtà (ineccepibile, anche se moralmente discutibile, quella di Hoover verso la sua nazione), quanto di aderenza alla realtà e di capacità di accorgersi dei cambiamenti in atto e di accettare le sfumature e le piccole gioie, senza intristirsi in squallide ipocrisie. Hoover è l’esempio, quindi, della meschinità con cui gli Stati Uniti, e con essi l’intera società occidentale, si sono chiusi in se stessi, trovando nemici immaginari a ogni angolo e perpetrando i peggiori crimini in nome di princìpi da loro stessi in larga parte disattesi. Il moralismo conservatore di Eastwood, che lui si può permettere in funzione della sua totale coerenza, ci mostra solo i lati della personalità e della vita di Hoover che servono ai fini della narrazione, fino a un finale in cui si sfiora il melodramma. Un film di cupo realismo, virato spesso verso il buio, e sorretto, oltre che dalla classica regia eastwoodiana, dalla splendida sceneggiatura di Dustin Lance Black (autore del pluripremiato Milk di Van Sant) e dall’ottima interpretazione di Leonardo Di Caprio, quasi sempre ovattato da un pesante  make-up.   </p>
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		<title>Le idi di marzo</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Dec 2011 19:53:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ilaria Loiacono</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E&#8217; sempre piacevole essere spettatori di un film riuscito. Ancora di più se il film è riuscito proprio grazie alla sua essenzialità e asciuttezza. D&#8217;altronde arrivare al nocciolo della questione senza indugiare troppo su particolari e aneddoti secondari è tipico del George Clooney regista, convincente dietro la macchina da presa, più che come attore. E [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nouvellevague.eu/wp-content/uploads/2011/12/le-idi-di-marzo.jpg"><img src="http://www.nouvellevague.eu/wp-content/uploads/2011/12/le-idi-di-marzo.jpg" alt="le idi di marzo Le idi di marzo" title="le idi di marzo" width="188" height="268" class="alignleft size-full wp-image-1969" /></a>E&#8217; sempre piacevole essere spettatori di un film riuscito. Ancora di più se il film è riuscito proprio grazie alla sua essenzialità e asciuttezza. D&#8217;altronde arrivare al nocciolo della questione senza indugiare troppo su particolari e aneddoti secondari è tipico del George Clooney regista, convincente dietro la macchina da presa, più che come attore. E infatti il ruolo di protagonista non spetta a lui ma al super richiesto Ryan Gosling, nel ruolo di Stephen, un giovane portavoce per la stampa che lavora per un candidato alla presidenza del Partito Democratico, il governatore Morris, interpretato da Clooney. Ma si sa che il mondo della politica è complicato, intricato e crudele e rimanere puri non è certo cosa semplice&#8230;<br />
<span id="more-1967"></span><br />
Clooney definisce il film un thriller politico non politicizzato ed è proprio così. Non bisogna capirne molto di politica per comprendere un film basato soprattutto sui complotti che avvengono fuori dalle scene di una campagna elettorale, che potrebbero essere facilmente trasposti in qualsiasi contesto dove è il potere a fare da padrone. E non risulterà difficile al pubblico di qualsiasi credo politico rimanere coinvolti dalla trasformazione del protagonista Stephen, che da ragazzo cristallino e appassionato rimarrà suo malgrado vittima di intrighi e inganni politici, che lo costringeranno a scendere a compromessi in antitesi con il suo vero modo di essere. Il film si apre con un&#8217;inquadratura sul nostro protagonista, illuminato da uno sguardo appassionato e si chiude con un intenso quando gelido primo piano, dove stentiamo a riconoscere il giovane Stephen.<br />
Primi piani intensi, inquadrature disadorne ma allo stesso tempo raffinate, giocate su chiaroscuri e scene fisse da una parte, e costumi semplici, che tutto fanno meno che attirare la nostra attenzione, dall&#8217;altra,  rendono questo film tanto attuale quanto appartenente al passato. Pochissime scene in esterni, colonna sonora quasi inesistente, dialoghi asciutti. Difficile dare vita a un bel film. Ma il nostro George ci è pienamente riuscito anche grazie a un cast eccezionale che oltre all&#8217;intenso Ryan Glosling, vede partecipi anche Philip Seymour Hoffman, nei panni di Paul, nel ruolo del responsabile della campagna elettorale di Morris e  il mitico Paul Giamatti che incarna Duffy , responsabile della campagna del rivale Pullman.<br />
Un film consigliato quindi, realistico, asciutto e diretto, in una parola accattivante.</p>
<h4>Incoming search terms:</h4><ul><li>canzone midnight in paris belle epoque</li><li>colonna sonora titoli di coda le idi di marzo</li><li>le idi di marzo musica titoli di coda</li><li>midnight in paris belle epoque musiche</li><li>nouvelle vague canzoni famose</li><li>titoli delle canzoni di midnight in paris</li></ul>]]></content:encoded>
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		<title>Il giorno in più</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Dec 2011 21:33:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ilaria Loiacono</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
<category>camilla filippi</category><category>Fabio Volo</category><category>il giorno in più</category><category>isabella ragonese</category><category>massimo venier</category><category>Stefania Sandrelli</category>
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		<description><![CDATA[Giacomo (Fabio Volo), single convinto, tutto lavoro e avventure amorose, è incuriosito da Michela (Isabella Ragonese), che incontra ogni mattina sul tram. Un caffè insieme si conclude con una cena e un bacio appassionato. Ma Michela dichiara chiusa la loro conoscenza perchè dovrà trasferirsi a New York. Giacomo però è ormai cotto e approfittando di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nouvellevague.eu/wp-content/uploads/2011/12/Il-giorno-in-più.jpg"><img src="http://www.nouvellevague.eu/wp-content/uploads/2011/12/Il-giorno-in-più.jpg" alt="Il giorno in più Il giorno in più" title="Il giorno in più" width="281" height="180" class="alignleft size-full wp-image-1964" /></a>Giacomo (Fabio Volo), single convinto, tutto lavoro e avventure amorose, è incuriosito da Michela (Isabella Ragonese), che incontra ogni mattina sul tram. Un caffè insieme si conclude con una cena e un bacio appassionato. Ma Michela dichiara chiusa la loro conoscenza perchè dovrà trasferirsi a New York. Giacomo però è ormai cotto e approfittando di un impegno lavorativo in Sud America decide di andarla a trovare proponendole di fidanzarsi solo per qualche giorno&#8230;<br />
<span id="more-1961"></span><br />
Tratto dall&#8217;omonimo best-seller di Fabio Volo con la regia di Massimo Venier, questo film sembra ricalcato su una classica commedia romantica americana, magari un pò agrodolce. Piacevole? Più o meno. Riuscita? Solo in alcune parti. Già, perchè nonostante si intuisca un&#8217;onestà di fondo nella rappresentazione dei personaggi, è impossibile non provare una sorta di distacco nei loro confronti a causa di interpretazioni poco convincenti o troppo artificiose. Il collega Dante (Pietro Ragusa), un logorroico ansioso che in realtà si rivelerà essere un genio, è poco verosimile; la mamma di Giacomo, interpretata da una sempre dolce Stefania Sandrelli, avrebbe probabilmente meritato uno spazio maggiore, come pure il simpatico cameo di Luciana Littizzetto. Indubbiamente l&#8217;interpretazione peggiore e meno credibile spetta a Fabio Volo, rigido e piuttosto innaturale nell&#8217;interpretare sia uno sciupa femmine che un innamorato, anche se forse la sua perenne mono &#8211; espressione aggiunge una verve comica non indifferente. Apprezzamento invece alle sempre realistiche e convincenti Isabella Ragonese &#8211; ottima nel dosare momenti di dolcezza ad attimi di freddezza e cinismo, tipici di una donna confusa &#8211;  e Camilla  Filippi &#8211; graziosa nel ruolo di donna semplice, della porta accanto, interprete dell&#8217;amica infatuata del nostro protagonista.<br />
Il giorno in più risulta essere quindi una commedia sì piacevole ma monca, smorzata. Simpatica ma non troppo. Romantica fin troppo, a tratti anche mielosa, e una commedia che, fin dall&#8217;inizio, si presenta come un ritratto moderno e un pò nevrotico di due giovani spaventati dall&#8217;amore, dovrebbe ovviamente evitare momenti di buonismo spiccio. Un film il cui inizio sembra preannunciare un ritmo scandito da battute simpatiche e veloci non può cambiare rotta ancor prima di arrivare alla metà, annoiandoci con dialoghi stiracchiati e scontati. Ma in fin dei conti è una commedia semplice senza troppe pretese, e così va presa, imperfetta ma tutto sommato piacevole. Ovviamente dedicata a tutti gli amanti dell&#8217; eclettico Signor Volo e del suo modo neo romantico di interpretare la vita e l&#8217;amore.</p>
<h4>Incoming search terms:</h4><ul><li>logorroico ansioso</li></ul>]]></content:encoded>
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		<title>Il Noir in Festival premia Headhunters, il Mouse d&#8217;Oro In time di Andrew Niccol</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Dec 2011 21:55:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Davide Verazzani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>

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		<description><![CDATA[Segnatevi questi due titoli: Headhunters e In time. Il primo ha vinto alla grande il 21esimo Noir in Festival, che si è svolto in una spettrale Courmayeur senza neve nella settimana di Sant’Ambrogio. Il secondo si è aggiudicato, con giudizi altalenanti, il prestigioso Mouse d’Oro, premio della critica on line cui anche noi abbiamo partecipato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nouvellevague.eu/wp-content/uploads/2011/12/noir-festival1.jpg"><img src="http://www.nouvellevague.eu/wp-content/uploads/2011/12/noir-festival1.jpg" alt="noir festival1 Il Noir in Festival premia Headhunters, il Mouse dOro In time di Andrew Niccol " title="noir festival" width="278" height="181" class="alignleft size-full wp-image-1958" /></a>Segnatevi questi due titoli: <strong>Headhunters</strong> e <strong>In time</strong>. Il primo ha vinto alla grande il 21esimo Noir in Festival, che si è svolto in una spettrale Courmayeur senza neve nella settimana di Sant’Ambrogio. Il secondo si è aggiudicato, con giudizi altalenanti, il prestigioso Mouse d’Oro, premio della critica on line cui anche noi abbiamo partecipato con il nostro voto.<br />
<span id="more-1955"></span><br />
Già a Locarno <strong>Headhunters</strong>, film norvegese tratto dall’omonimo bestseller (in patria: in Italia uscirà per Einaudi a febbraio 2012) di Jo Nesbo, aveva ben impressionato, ma nella cornice valdostana ha trovato la sua giusta consacrazione. D’altronde, possiede tre caratteristiche che lo rendono vincente in un festival consacrato al noir e al thriller: ritmo giusto, sceneggiatura impeccabile, casting accurato; un film ben fatto, in equilibrio tra  furti d’arte, equivoci amorosi, doppi giochi tra multinazionali, condito da efferati omicidi e pesante ironia, che non si vergogna di essere quello che è, ovvero intrattenimento intelligente.<br />
Non così unanime invece il giudizio su <strong>In time</strong>, il nuovo lavoro di Andrew Niccol, regista dell’osannato Gattaca (vincitore a Courmayeur del premio del pubblico nel 1997): la rappresentazione di una società futura in cui i soldi sono sostituiti dai minuti di vita, e la divisione fra ricchi e poveri misura la distanza fra chi è immortale e chi lotta ogni giorno per la sopravvivenza, convince nella forma ma non nella sostanza, diventando una patinata caricatura di Bonnie e Clyde e l’occasione per mostrare i bei volti di Justin Timberlake e Amanda Seyfried, due attori che avrebbero bisogno di ben altri copioni per mostrare le loro doti.<br />
A parte questi due film, hanno ben impressionato <strong>Don’t be afraid of the dark </strong>(vincitore del premio del pubblico), un horror classico con giovane coppia più bimba alle prese con casa infestata da creature malvagie, che molto deve alle atmosfere del suo produttore e cosceneggiatore, Guillermo Del Toro, ma che è diretto con bel brio dall’esordiente fumettista canadese Troy Nixey; e soprattutto il francese <strong>De bon matin</strong> (secondo noi vincitore morale del Festival), una drammatica e tesissima parabola sui disastri di un capitalismo finanziario senza etica né rispetto, basato su un fatto di cronaca avvenuto nella Svizzera tedesca, e che si avvale della splendida interpretazione di Jean-Pierre Darrousin e di un’impalcatura autoriale fatta di silenzi e incastri impeccabili.<br />
Mezza delusione per <strong>Martha Marcy May Marlene</strong> (in uscita in Italia con il titolo <em>La fuga di Martha</em>), che annega una vicenda di violenza psicologica e sottomissione in un’estetica povera da Sundance, e notevole delusione invece per l’atteso <strong>We need to talk about Kevin </strong>(tratto dal romanzo di Lionel Shriver), nonostante la presenza nel cast di Tilda Swinton e John C. Reilly, dove le disgrazie e i problemi della maternità, per una volta vista non in modo edulcorato, si risolvono in banalità demoniache (il figlio poco voluto e male amato ha occhi e cattiveria da anticristo dei poveri) e scivoloni drammaturgici. </p>
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		<title>Midnight in Paris</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Dec 2011 20:14:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Cavalleri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
<category>Allen</category><category>Belle Epoque</category><category>Cannes</category><category>Cole Porter</category><category>Hemingway</category><category>La rosa purpurea del cairo</category><category>Manhattan</category><category>marion cotillard</category><category>Owen Wilson</category><category>Picasso</category>
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		<description><![CDATA[Gil, sceneggiatore di successo ma scrittore alle prime armi e assai tremebondo, si trova a Parigi con la futura (e insopportabile) promessa sposa Inez e coi genitori di lei. Per un caso si trova a passeggiare per la città che adora fino a mezzanotte: una macchina d&#8217;epoca lo carica, e si troverà negli anni &#8217;20 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><div id="attachment_1951" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.nouvellevague.eu/wp-content/uploads/2011/12/midnight.jpg"><img src="http://www.nouvellevague.eu/wp-content/uploads/2011/12/midnight.jpg" alt="midnight Midnight in Paris" title="midnight in Paris" width="150" height="211" class="size-full wp-image-1951" /></a><p class="wp-caption-text">Locandina italiana di Midnight in Paris</p></div>Gil, sceneggiatore di successo ma scrittore alle prime armi e assai tremebondo, si trova a Parigi con la futura (e insopportabile) promessa sposa Inez e coi genitori di lei. Per un caso si trova a passeggiare per la città che adora fino a mezzanotte: una macchina d&#8217;epoca lo carica, e si troverà negli anni &#8217;20 circondato da molti dei suoi miti letterari e non da Cole Porter a Hemingway a Picasso. Con in più l&#8217;atout dell&#8217;incontro con la bellissima Adriana, innamorata della belle epoque. Ma il quotidiano preme&#8230;<br />
<span id="more-1949"></span><br />
<em>Midnight in Paris</em>, apertura fuori concorso dell&#8217;ultimo Festival di Cannes, è probabilmente il film di maggior successo di Woody Allen: e l&#8217; accoglienza entusiastica ricevuta in Italia sembra confermarlo. Con qualche ragione, ché Woody é pur sempre Woody, e se forse il periodo dei capolavori assoluti è passato (ma quanti cineasti si accontenterebbero della metà?), la mano resta felice. Sarà Parigi, cui il nostro dedica una dichiarazione d&#8217;amore nei primi minuti che ricorda quella tributata a Manhattan nel film omonimo, sarà una scrittura lieve e lieta che non si preoccupa di disegnare possibili stereotipi pur di regalare un sorriso o un&#8217;emozione. Sarà infine un cast come sempre molto azzeccato, con un Owen Wilson finalmente pronto per il salto di qualità e una Cotillard mai così sensuale. Di fatto, la pellicola si segue che è un piacere, senza una pausa nel ritmo nonostante le non molte situazioni comiche, con un filo di nostalgia per la Parigi che fu e con la consapevolezza che la cosa giusta è comunque cercare di vovere e creare nel presente. In qualche modo speculare a <em>La rosa purpurea del Cairo</em>, forse meno travolgente ma ugualmente se non più meditato. Non si rinuncia al sogno per dovere o impossibilità: lo si fa perché la vita quotidiana merita di essere vissuta. Sarà banale, come pure ha detto qualcuno, sarà che Woody non migliora invecchiando come ha fatto notare qualcun altro. Ma si mantiene sempre al suo livello, che è quello di un grande. Da vedere, non solo per il clima natalizio.   </p>
<h4>Incoming search terms:</h4><ul><li>belle epoque midnight in paris musica</li><li>canzone belle epoque midnight in paris?</li><li>come si chiama quella canzone di midnight in paris belle epoque</li><li>midnight in paris belle epoque song</li><li>midnight in paris music belle epoque</li><li>midnight in paris musica belle epoque</li><li>midnight in paris musiche bella epoque</li></ul>]]></content:encoded>
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		<title>The artist</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Dec 2011 19:51:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Cavalleri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
<category>2011</category><category>Cannes</category><category>Dujardin</category><category>Festival</category><category>Juha</category><category>Kaurismaki</category><category>Mel Brooks</category><category>Miglior attore</category><category>Miramax</category><category>Oscar</category><category>Palma</category><category>Silent movie</category><category>Weinstein</category>
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		<description><![CDATA[Hollywood, 1927: George Valentin è uno dei divi del cinema muto. Basta che una comparsa come Peppy Miller lo baci perché possa iniziare una carriera verso la celebrità. Hollywood, 1929: l&#8217;avvento del sonoro e un orgoglio malriposto spingono Valentin verso l&#8217;oblio, Peppy verso la celebrità. Ma tra i due era scoccata non invano una scintilla&#8230; [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nouvellevague.eu/wp-content/uploads/2011/12/the-artist.jpg"><img src="http://www.nouvellevague.eu/wp-content/uploads/2011/12/the-artist.jpg" alt="the artist The artist" title="the artist" width="150" height="214" class="alignleft size-full wp-image-1946" /></a>Hollywood, 1927: George Valentin è uno dei divi del cinema muto. Basta che una comparsa come Peppy Miller lo baci perché possa iniziare una carriera verso la celebrità. Hollywood, 1929: l&#8217;avvento del sonoro e un orgoglio malriposto spingono Valentin verso l&#8217;oblio, Peppy verso la celebrità. Ma tra i due era scoccata non invano una scintilla&#8230;<br />
<span id="more-1943"></span><br />
<em>The artist</em> è stato la &#8220;sensation&#8221; dell&#8217;ultimo Festival di Cannes: stampa entusiasta, a lungo in predicato per la Palma d&#8217;Oro, comunque omaggiato di un premio (incontestabile) al miglior attore Jean Dujardin. E adesso sembra aver la strada spianata (complici i semionnipotenti e comunque intenditori fratelli Weinstein della Miramax) verso qualche Oscar. Film da vedere, quindi? Senz&#8217;altro. Pellicola indimenticabile, come ha azzardato qualcuno? Pur nella piacevolezza complessiva, direi di no. Certo, l&#8217;idea di un film (quasi) muto e in bianco e nero non può che intrigare: certo, il sapiente mélange di generi e pellicole comunque entrate nell&#8217;immaginario (da <em>Cantando sotto la pioggia</em> a <em>E&#8217; nata una stella</em>, non dimenticando <em>La folla</em> e <em>L&#8217;uomo ombra</em> cui sembra far riferimento la spettacolare performance di un cagnolino promosso al ruolo di coprotagonista) soddisfa anche lo spettatore appena appena avvertito. Ma su tutta l&#8217;operazione spira una consapevolezza fin troppo insistita, un approccio tutt&#8217;altro che nostalgico o ingenuo. In realtà si vede il film di un regista &#8211; Hazanavicius &#8211; che, dopo due bellissimi e purtroppo inediti in Italia pastiches sulla superspia Oss-117 ha deciso di fare il salto di qualità cinefilo. Ma più con furbizia che con autentica ispirazione, dando in pasto al pubblico quello che già sa accettabile e riconoscibile da chiunque (le innumerevoli citazioni, lo svolgimento piano e per certi aspetti trito e ritrito) senza osare nulla più del necessario a rendersi piacevole. In qualche modo, se si consente il termine, una gran bella paraculata: destinata alle masse ma con qualche pretesa in più giustificata dalla forma assai più che dal contenuto. Poi, per le feste natalizie è perfetto: ma, film muto per film muto, mi sia consentito di preferire <em>Juha</em> di Kaurismaki o il volgare ma autenticamente sovversivo <em>Silent Movie</em> di Mel Brooks. Lì almeno c&#8217;era un rischio più o meno calcolato, qui il calcolo è tutto. E del cinema muto, della sua romantica e folle pretesa di dir tutto senza nula poter dire, resta solo qualche citazione visiva e (falsamente) contenutistica.   </p>
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		<title>Miracolo a Le Havre</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Nov 2011 17:33:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Davide Verazzani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
<category>aki kaurismaki</category><category>andrè wilms</category><category>jean pierre leaud</category><category>kati outinen</category><category>miracolo a le havre</category>
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		<description><![CDATA[Marcel Marx fa il lustrascarpe alla stazione di Le Havre. Ha una vita tranquilla, fra il lavoro che più precario non si può, l’affetto della premurosa moglie Arletty e della cagnolina Laika, l’amicizia dei vicini di casa e dei colleghi di bevute al bar del quartiere popolare “di una volta” dove abita. Per caso si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nouvellevague.eu/wp-content/uploads/2011/11/le-havre.jpg"><img src="http://www.nouvellevague.eu/wp-content/uploads/2011/11/le-havre.jpg" alt="le havre Miracolo a Le Havre" title="le havre" width="276" height="183" class="alignleft size-full wp-image-1938" /></a>Marcel Marx fa il lustrascarpe alla stazione di Le Havre. Ha una vita tranquilla, fra il lavoro che più precario non si può, l’affetto della premurosa moglie Arletty e della cagnolina Laika, l’amicizia dei vicini di casa e dei colleghi di bevute al bar del quartiere popolare “di una volta” dove abita. Per caso si imbatte in Idrissa, giovane profugo africano che deve raggiungere la madre a Londra ma è inseguito dalla polizia come clandestino: mentre decide, in gran segreto ma con la complicità degli amici e la burbera bonarietà di un detective, di aiutare il ragazzo, scopre che la moglie è gravemente ammalata di cancro…<br />
<span id="more-1937"></span><br />
L’universo di Kaurismaki è così spudoratamente borderline da rendere credibile ogni avvenimento; dall’affitto di un killer al successo di un’improbabile rock’n’roll band russa, dall’amicizia fra un gangster e un professore al ristorante gestito dall’antitesi del cuoco, tutto sembra in qualche modo, magicamente, ricomporsi in una realtà che ha il sapore della verità, anche se del tutto incongrua e obliqua. In questo suo nuovo film (seconda sua opera, dopo <em>Vita da boheme</em>, girata in Francia) la magia assume, per l’appunto, il colore del miracolo, e i suoi imperturbabili personaggi si muovono come pedine di una scacchiera in cui tutto può accadere, ma dove, per sopravvivere, basta avere il coraggio delle proprie azioni e la sicurezza dei valori. Un moralismo pre-morale, potremmo dire, che si rifugia nel mondo dei semplici non per fuggire alle difficoltà del reale, quanto piuttosto per mostrare una via d’uscita per una civiltà in insopprimibile declino, quale è quella in cui viviamo. Forse è per questo che, pur ambientato ai tempi nostri, il film è intriso di oggetti anni ’50 e personaggi vestiti secondo una moda passata; forse è per questo che Marx il lustrascarpe (quanta ironia in quel cognome!) aiuta Idrissa senza pensare alle conseguenze del suo gesto, ed è capace di fare un viaggio, lui che non ha mai lasciato Le Havre, e a sfidare il potere pur di fargli avverire il suo sogno di ricongiungimento. Splendidamente fotografato da Timo Salminen e interpretato dal solito gruppo di attori/amici (fra tutti, Kati Outinen, Andrè Wilms tornato con Kaurismaki dopo più di 10 anni, e Jean-Pierre Leaud, quest’ultimo in un cameo di ghignante malvagità), <strong>Miracolo a Le Havre</strong> riconcilia con il cinema e la vita, unendo le parti migliori dell’uno e dell’altra: la capacità di sognare e, soprattutto, di credere ai propri sogni.<br />
Imperdibile. </p>
<h4>Incoming search terms:</h4><ul><li>il sogno di le havre</li></ul>]]></content:encoded>
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