Lame e polvere da sparo
di Tullio Di Francesco
Nella scelta tra un’arma da taglio e una da fuoco, direi, sussiste una sorta di distinzione etica e morale. Fin da quando un nostro antenato fece la scoperta dell’arma (e perché non immaginarcela come in 2001: Odissea nello spazio di Kubrick?), lo iato tra la micidiale estensione di un braccio belluino e le astronavi del duemilaeuno ormai già repertorio da inventariato è stato colmato da una costante escalation nell’uso di armi sempre più perfezionate e letali, tanto da sconvolgere e rivoluzionare la forma mentis delle epoche spesso molto più di quanto abbiano fatto la cultura o l’arte. Se si pensa che una delle principali cause del veloce trapasso del codice cavalleresco in Europa nel passaggio da un’era feudale ad un’altra proiettata verso il progresso del commercio borghese è da imputare in buona parte anche all’introduzione della polvere da sparo, dopo che il suo uso era già conosciuto da secoli in Cina, è possibile allora stabilire un’equazione tra progresso tecnologico e perdita del senso dell’etica, quasi che il costante disimpegno del corpo a favore delle sue (in)naturali protesi comporti un’inevitabile distrofia dello spirito e del valore? (Già Ariosto ne era convinto, tanto da infilare nell’Orlando furioso una filippica contro l’arma da fuoco come invenzione del diavolo.) E, ancora, scegliere un’arma da fuoco che permette di colpire a distanza stando al riparo, è più o meno nobile che scegliere la spada, la quale invece obbliga ad uscire allo scoperto con il solo scudo del coraggio (o dell’incoscienza)? Leggi articolo completo…
Due studenti universitari, influenzati da un’interpretazione deviata dei testi nietzschiani, uccidono un compagno di scuola per dimostrare la loro superiorità, convinti che si possa commettere il delitto perfetto.