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Shame

Posted by Davide Verazzani | Posted in Cinema | Posted on 13-01-2012

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shame ShameShame – Regia: Steve McQueen – Con: Michael Fassbender, Carey Mulligan, James Badge Dale – Sceneggiatura: Steve McQueen, Abi Morgan – Montaggio: Joe Walker – Fotografia: Sean Bobbit – Scenografia: Heather Loeffler – Costumi: David C. Robinson – Produzione: Iain Canning, Emile Sherman – Durata: 99 min. – Gran Bretagna, 2011

Brandon ha tutto: un bel lavoro da manager in un sontuoso ufficio di Manhattan, una bellezza mozzafiato, un sacco di soldi, un innato savoir faire. Ha tutto, ma non possiede niente. E soprattutto, non è in grado di instaurare una relazione sentimentale, se non attraverso il pagamento e la sottomissione. La sorella Sissy, sciroccata cantante dalla vita disordinata, piomba d’improvviso nel suo appartamento, e manda in frantumi l’instabile equilibrio che il giovane manager aveva pensato di poter gestire.
La seconda prova dell’erculeo regista e video artista britannico McQueen (nessuna parentela con l’omonimo attore degli anni ’60 e ’70) è un vertiginoso balzo verso l’inferno della solitudine in cui una società sfrenata, dedita a un consumismo senza scrupoli e senza scopo, riesce ad avviluppare anche le menti e i corpi più nobili e potenzialmente sinceri. Brandon, interpretato con un’aderenza incredibile, degna di un Oscar dopo la Coppa Volpi vinta a Venezia, dalla nuova icona del cinema mondiale Michael Fassbender, è tutti noi fin dall’inizio; fin da quando si aggira, nudo e spaesato, nel suo appartamento in una mattina di risveglio dopo una notte agitata, fin da quando caccia con gli occhi una nuova preda femminile in metropolitana, per poi perderla nella folla un attimo dopo, frenato dalla verità dell’emozione più che dalla confusione. Nella sua calma agitazione, ossimorica solo in apparenza, nella sua compulsiva ricerca di un barlume di felicità che non si risolva in un piacere pagato, e nella sua, inevitabile, sconfitta, il protagonista incarna le contraddizioni dell’uomo metropolitano, che vorrebbe chiedere e osare di più ma si trova impotente davanti alla scelta. L’arrivo della sorella (una splendida Carey Mulligan, sempre più in ascesa nei nostri borsini personali) non è un motivo di quiete: la ragazza è il suo contraltare ma anche il suo specchio, tanto è apparentemente appagato lui quanto sconclusionata lei, eppure con una vita interiore altrettanto ricca e sincera pur nella sua malinconia profonda fino alla psicosi. McQueen segue questi due tenerissimi disagiati con la potenza delle sue immagini, vorticose fino alla protervia, capaci di donare momenti di realtà quasi insostenibile (una “New York, New York” cantata a cappella in primo piano, una seduzione omo di violenza fassbinderiana), fino a un’ultima mezzora che lo spettatore vive in apnea, fra momenti di cupa disperazione, musica di Bach alle stelle e un’ultima (?) orgia di disturbante tristezza.

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Comments (1)

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Sono d’accordo. Gran film. Fassbender superlativo. Una New york esemplare che fa da sfondo al movimento vuoto e circolare di corpi e anime. Atmosfere asciutte ed europee che non fanno sconti…

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