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J.Edgar

Posted by Davide Verazzani | Posted in Cinema | Posted on 08-01-2012

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j.edgar  J.Edgar J.Edgar. Regia: Clint Eastwood – Con: Leonardo Di Caprio, Naomi Watts, Judi Dench, Armie Hammer, Josh Lucas – Sceneggiatura: Dustin L. Black – Montaggio: Joel Cox, Gary Roach – Fotografia: Tom Stern – Scenografia: James Murakami – Costumi: Deborah Hopper – Produzione: Clint Eastwood, Brian Grazer, Ron Howard, Robert Lorenz – Durata: 137 min. – USA, 2011

La vita di Edgar Hoover, capo indiscusso del FBI per 48 anni e uomo fra i più potenti degli Stati Uniti fino alla morte, avvenuta nel 1972, raccontata in flashback attraverso un’autobiografia molto romanzata che il capo del Bureau investigativo, ormai anziano, detta a tre diversi fidati giornalisti. Oltre ai successi personali (la lotta a Dillinger e Capone, la cattura dell’assassinio del figlio di Lindbergh, il prestigio crescente dell’ufficio da lui diretto) sono raccontati, fra le righe, i drammi e le vergogne di un uomo paranoico e crudele anche verso se stesso: l’omosessualità latente, l’ossessione verso i complotti comunisti e destabilizzatori, la mania per le intercettazioni e per la creazione di dossier riservati con cui ricattare i nemici.
Eastwood continua il suo personale discorso sullo Stato dell’Unione, e non c’è granchè di cui rallegrarsi. Da grande vecchio del cinema classico, scruta dall’alto il marcio che si è infilato nella sua nazione, e nel mondo intero potremmo dire, attraverso una figura potentemente metaforica come quella di Hoover; l’emblema di un potere occhiuto e silenzioso, indifferente alle tragedie altrui ma molto attento ai propri interessi, diventa il sosia di una società che non sa più essere sincera verso sé e gli altri. Non è una questione di valori di base, né di lealtà (ineccepibile, anche se moralmente discutibile, quella di Hoover verso la sua nazione), quanto di aderenza alla realtà e di capacità di accorgersi dei cambiamenti in atto e di accettare le sfumature e le piccole gioie, senza intristirsi in squallide ipocrisie. Hoover è l’esempio, quindi, della meschinità con cui gli Stati Uniti, e con essi l’intera società occidentale, si sono chiusi in se stessi, trovando nemici immaginari a ogni angolo e perpetrando i peggiori crimini in nome di princìpi da loro stessi in larga parte disattesi. Il moralismo conservatore di Eastwood, che lui si può permettere in funzione della sua totale coerenza, ci mostra solo i lati della personalità e della vita di Hoover che servono ai fini della narrazione, fino a un finale in cui si sfiora il melodramma. Un film di cupo realismo, virato spesso verso il buio, e sorretto, oltre che dalla classica regia eastwoodiana, dalla splendida sceneggiatura di Dustin Lance Black (autore del pluripremiato Milk di Van Sant) e dall’ottima interpretazione di Leonardo Di Caprio, quasi sempre ovattato da un pesante make-up.

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