A Dangerous Method
Posted by Tullio Di Francesco | Posted in Cinema, Venezia 2011 | Posted on 01-10-2011
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La Prima guerra mondiale deve ancora scoppiare e, idealmente, il “secolo breve” non è ancora incominciato: ci muoviamo nella ben più pacata e benpensante belle époque. Sono gli anni in cui a Zurigo lo stimato dottor Jung prende in carico la paziente Sabina Spielrein per mettere in pratica la nuova, discussa “psico-analisi” del viennese dottor Freud. In un serrato triangolo che vede contrapporsi il giovane allievo all’intransigente maestro, con la perspicace paziente che, votatasi a sua volta alla nuova disciplina, non si sa bene se pacifica o aizza questo confronto, prende forma quella “rivoluzione della psiche” che, volenti o nolenti, è uno dei maggiori tratti fondanti e caratteristici del Novecento…
Cantore per eccellenza della profanazione del corpo (Videodrome, La mosca), David Cronenberg non si è nemmeno mai negato alle derive della mente (Inseparabili, Spider), ché senza l’uno non ci sarebbe l’altra. E ha saputo raggiungere vette magistrali ogni volta che ha affrontato i suoi fantasmi mettendo in fila quegli straordinari indizi visivi del perturbante, tra l’altro pescando a piene mani proprio dalla psicanalisi. Ora invece che, affidandosi ad un testo di Christopher Hampton (sua anche la sceneggiatura), mira dritto al suo bersaglio originario, è come se, troppo vicino, non riuscisse più a mettere a fuoco l’oggetto della sua indagine. E così, in un’opera che è fondamentalmente verbale – e non potrebbe essere altrimenti – prevale l’elemento didascalico che deve “spiegare” allo spettatore qual è l’oggetto del contendere: la posizione ortodossa freudiana versus la deriva mistica junghiana, con la Spielrein nel mezzo quasi ad arbitrare. Vero è che la vicenda si basa sui carteggi dei tre protagonisti e non ci si poteva esimere dal quadretto esplicativo, altrettanto vero che Cronenberg è stato ben diversamente ispirato in molti titoli della sua filmografia. L’effetto bigino è dietro l’angolo, regalando al tutto un che di posticcio. Che ritroviamo anche nell’interpretazione di un ingessato Mortensen-Freud che cerca di ritrarre con il cerone l’icona del mostro sacro; nel corpo straziato dai conati della Knightley-Spielrein che vuole convincerci della sua bravura ma è sempre sull’orlo dell’esagerazione; in un’ambientazione in costume che, pur dietro la sapiente regia di un navigato cineasta come il nostro canadese, sfiora a volte l’effetto da fiction televisiva.
Presentato in concorso alla 68. Mostra del Cinema di Venezia, il film – a nostro parere giustamente – non si è visto riconoscere alcun premio (non a caso Fassbender-Jung ha vinto sì la Coppa Volpi, ma per il film di Steve McQueen Shame). In una pellicola tutto sommato minore che tratta un argomento già portato al cinema dal nostro Roberto Faenza (Prendimi l’anima), di cronenberghiano rimane una visione demistificante di questi grandi mostri sacri che scinde l’aspetto mitologizzato da quello prettamente e meschinamente umano. Con un sarcasmo tutt’altro che trattenuto, il triangolo Jung-Spielrein-Freud rimarca la superbia, l’invidia e la grettezza che hanno contrassegnato il loro rapporto (la svilente insistenza di Freud sul suo essere ebreo prendendo le distanze da uno Jung ariano preannuncia l’orrore dell’imminente Shoah), e i neri cartelli che in conclusione tracciano freddamente quello che è stato, per alcuni, il triste destino che li attendeva, sono come chiodi sulla bara di un padre opprimente con cui si è fatto i conti a lungo. Ora che Cronenberg ha chiuso con i suoi complessi e ha finalmente ucciso il padre-padrone, speriamo che con i prossimi titoli torni a volare alto.


