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Drive

Posted by Marco Cavalleri | Posted in Cinema | Posted on 28-09-2011

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RyanGoslinginDrive2011MovieImage3600x9031 199x300 DriveLos Angeles, oggi. Driver non ha un nome ma due lavori: stuntman a Hollywood di giorno, autista in affitto per criminali la notte. Il suo motto: “Per cinque minuti sono tuo, se succede qualcosa prima o dopo sei solo”. Regola cui si attiene ferreamente finché non si imbatte nella nuova vicina di casa, Irene, col figlio Benicio. Cui si affeziona al punto di accettare anche l’improvvisa apparizione del marito, Standard, appena uscito di prigione,e ad aiutarlo in un colpo necessario a saldare un suo debito con la mafia. Peccato che il colpo riesca ma Standard muoia e Driver si ritrovi invischiato in una situazione che sembra prevedere come unica via d’uscita la sua eliminazione…

Drive ha vinto la Palma per la miglior regia all’ultimo Festival di Cannes, consacrando alla notorietà il suo autore Nicolas Winding Refn. Si spera che serva da consacrazione di un autore già ben noto ai festivaliers ma per lo più sconosciuto al grande pubblico: perchè di autore si può parlare. Qualcuno storcerà (e ha storto) il naso, argomentando che in realtà si tratta di un lavoro derivativo, ricalcato su titoli precedenti. Il che è indubbio – tutta la pellicola si muove da e per il Friedkin di Vivere e morire a Los Angeles, il Mann di Strade violente, soprattutto il magnifico Driver di Walter Hill (non dimenticando gli ovvii riferimenti a Scorsese) – ma non significa nulla. E se mai dimostra che evidentemente non tutti hanno visto o quantomeno hanno dimenticato il suo Bleeder, opera seconda la cui sequenza iniziale in videoteca già indicava chiaramente scelte di campo e poetica di Refn. Un cinema attratto dal genere in quanto tale e dai suoi capostipiti e volto a riproporne i meccanismi visivi e contenutistici con cura maniacale, con però l’atout di attori perfetti per il ruolo (e, nel buon concerto generale, va detto che Albert Brooks e il protagonista Gosling sono da urlo) e di una visionarietà violenta e metronomica che porta a sequenze da applauso (l’agguato all’interno dell’appartamento, l’apparentemente assurdo ma riuscitissimo flash forward di Driver e Irene col killer in ascensore). A ribadire che l’archetipo che nutre il noir non ha bisogno di aggiornamenti o eccessi linguistici ma, al limite, di mise en scéne e sapienza artigianale. Cinema della forma, certo, programmaticamente e in qualche modo orgogliosamente postmoderno, in cui le storie sono già state tutte raccontate e si può al massimo declinarle con un linguaggio se non nuovo diverso. Ma se lo si fa da maestro varrà comunque la pena di dare più di un’occhiata. Da non perdere: Refn riconcilia con quel cinema – cinema di cui sembra che si stia ormai perdendo la misura.

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