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Capita,a volte,che le giornate di un Festival propongano – probabilmente in modo del tutto involontario – percorsi tecnici. Intendendo questioni che nulla hanno in comune a livello di tematica – difficile pensare a qualcosa di più diverso tra loro dei titoli in esame – e in fondo poco anche a livello più propriamente linguistico. Ma, trattandosi di adattamenti di opere preesistenti, offrono un buono spunto se non di riflessione (sarebbe forse esagerato) quantomeno di paragone utile, magari, anche a stabilire determinate preferenze.
Partiamo da un adattamento “classico” come quello offerto da Tomas Alfredson per il suo Tinker, Taylor,Soldier, Spy. Che altro non è che La Talpa (sarà anche il titolo italiano)di John Le Carré, romanzo che a cavallo degli anni ’70 rivoluzionò la spy story anglosassone (e risulta di bellissima lettura anche adesso), già oggetto di un’ottima serie televisiva con protagonista Alec Guinness. Pellicola che ha diviso, non tanto per l’eleganza formale – riconosciuta più o meno da tutti – quanto per l’appartenenza a un genere, quello spionistico, “inadatto” a un concorso festivaliero. Ora, vero che normalmente ai Festival si vedono (e vengono premiati) film non così dichiaratamente schierati all’interno del genere, ma, personalmente, pesano a favore una regia di grandissimo nitore e padronanza (basti la sequenza che precede i titoli di testa), un gruppo di attori che vede riunito il probabile meglio del cinema britannico (da un gigantesco e ingrigito Gary Oldman a John Hurt a Colin Firth), una assoluta perfezione delle componenti formali. E, come si diceva, una sceneggiatura del tutto classica, costruitissima tanto a livello di situazioni quanto di dialoghi, di quelle che avrebbero fatto la felicità del cinema hollywoodiano di un tempo. Magari solo un divertissement, come sostenuto da qualcuno: ma non dimentichiamo che molti dei film poi passati nella storia del genere erano stati originariamente etichettati come tali.
Wuthering heights di Andrea Arnold, opera terza che arriva dopo due onuste di due Gran Premi della Giuria a Cannes, lavora invece sullo spiazzamento rispetto al testo di partenza. Che è ovviamente il capolavoro di Emily Bronte, manifesto del romanticismo inglese ed europeo più estremo e conturbante: e non a caso la Hollywood classica ne trasse un capolavoro del melodramma più sfrenato con La voce nella tempesta di Wylwer. Qui, all’opposto, si lavora per sottrarre ilpiù possibile,nello sforzo che a parlare sia unicamente il testo. Ecco allora asciugare le situazioni concentrandosi molto più a lungo suill’infanzia dei protagonisti che sull’epilogo della vicenda: ecco il ricorso a luci naturali e macchina a mano: ecco l’assenza di colonna sonora (solo un brano nel finale) e l’utilizzo di attori volutamente quasi bloccati nel ruolo di maschera. Ne deriva un risultato finale sicuramente interessante ma in qualche modo ambiguo, almeno agli occhi dello scrivente: se del testo originario facevano parte queste improvvise accensioni non solo situazionali ma anche linguistiche, il rifiutarle in blocco appare una scelta intellettualmente provocatoria ma necessariamente perdente. Adaptation per adaptation, continuiamo a schierarci apertamente per quella classica e di solido mestiere.


