Tris d’assi non vincenti
Posted by Davide Verazzani | Posted in Cinema, Venezia 2011 | Posted on 04-09-2011
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Soderbergh-Satrapi-Pacino. Una triade notevole, accomunata dal giorno di presentazione al Lido e dalla delusione che porta la visione delle loro opere. Con sfaccettature diverse, e di intensità decrescente in ordine di apparizione. Nel primo caso, si tratta della delusione più cocente, dato il cast stellare di Contagion (Winslet, Damon, Paltrow, Cotillard, Law, Fishburne); nel secondo caso, l’incapacità di bissare il successo di Persepolis con un film come Poulet aux prunes, senz’altro però di pregevole fattura; nel terzo caso, l’impossibilità con Wilde Salome di essere sempre al top per poter soddisfare le speranze troppo elevate che si ripongono nei suoi confronti.
Contagion è poco più che un filmetto prevedibile, che con ottimo ritmo narra il diffondersi di un virus sconosciuto da Hong Kong fino agli Stati Uniti e al resto del mondo. Gli assunti del plot paiono essere la mancanza di attenzione alle risorse naturali del pianeta, e la possibilità di creare una catastrofe con un gesto in apparenza innocuo (che viene svelato nella sequenza finale); il tutto viene però complicato dall’inserimento di elementi pretestuosi, quali il ruolo distorto dell’informazione internettiana, in un quadro eccessivamente buonista nei confronti di istituzioni e case farmaceutiche che rende il film poco credibile.
Poulet aux prunes, basato come Persepolis sull’omonimo fumetto della stessa Marjane Satrapi (ma stavolta girato con attori in carne e ossa), narra gli ultimi 8 giorni di vita del maestro di violino Nasser Ali, che si lascia morire per mancanza di ispirazione musicale, dopo che la moglie ha spaccato, in un gesto di stizza, il suo violino, unico legame che univa il musicista all’antico amore verso una donna il cui padre non aveva acconsentito al matrimonio con Nasser. La purezza del sentimento è rappresentata con forza, anche se banalizzata attraverso l’evocatività di una musica che si fa via via più oppressiva ed enfatica, e con quadretti Amelie-style che ravvivano la parte centrale del film rendendolo però meno personale.
Wilde Salome è la seconda regia di Al Pacino che si basa sulla rappresentazione di un’opera teatrale; a differenza del precedente Looking for Richard (che registrava la preparazione della messinscena del Riccardo III di Shakespeare), qui siamo di fronte all’ossessione dell’autore nei confronti della figura di Salome tratteggiata da Oscar Wilde nell’omonimo dramma, e verso lo stesso Wilde, omaggiato per il suo anticonformismo e le sue scelte radicali fino all’illogicità. Temi e obiettivi sono altissimi, e come a volte accade l’ambizione non è supportata da una visione lucidissima. Alcuni momenti però emozionano, e l’incompiutezza stessa del percorso diventa una scelta stilistica che non è fine a se stessa. Sugli altari la recitazione di Jessica Chastain nel ruolo di Salomè, virginea e sensuale al tempo stesso, e la sincerità disarmante di Pacino, capace di darsi in pasto allo spettatore nelle proprie debolezze. Con un finale splendido, che anzichè concludere le tesi del film le riapre, con un Pacino/Erode che vaga nel deserto sotto l’occhio severo della troupe diventata spettatrice del suo vagabondare.
Contagion è poco più che un filmetto prevedibile, che con ottimo ritmo narra il diffondersi di un virus sconosciuto da Hong Kong fino agli Stati Uniti e al resto del mondo. Gli assunti del plot paiono essere la mancanza di attenzione alle risorse naturali del pianeta, e la possibilità di creare una catastrofe con un gesto in apparenza innocuo (che viene svelato nella sequenza finale); il tutto viene però complicato dall’inserimento di elementi pretestuosi, quali il ruolo distorto dell’informazione internettiana, in un quadro eccessivamente buonista nei confronti di istituzioni e case farmaceutiche che rende il film poco credibile.
Poulet aux prunes, basato come Persepolis sull’omonimo fumetto della stessa Marjane Satrapi (ma stavolta girato con attori in carne e ossa), narra gli ultimi 8 giorni di vita del maestro di violino Nasser Ali, che si lascia morire per mancanza di ispirazione musicale, dopo che la moglie ha spaccato, in un gesto di stizza, il suo violino, unico legame che univa il musicista all’antico amore verso una donna il cui padre non aveva acconsentito al matrimonio con Nasser. La purezza del sentimento è rappresentata con forza, anche se banalizzata attraverso l’evocatività di una musica che si fa via via più oppressiva ed enfatica, e con quadretti Amelie-style che ravvivano la parte centrale del film rendendolo però meno personale.
Wilde Salome è la seconda regia di Al Pacino che si basa sulla rappresentazione di un’opera teatrale; a differenza del precedente Looking for Richard (che registrava la preparazione della messinscena del Riccardo III di Shakespeare), qui siamo di fronte all’ossessione dell’autore nei confronti della figura di Salome tratteggiata da Oscar Wilde nell’omonimo dramma, e verso lo stesso Wilde, omaggiato per il suo anticonformismo e le sue scelte radicali fino all’illogicità. Temi e obiettivi sono altissimi, e come a volte accade l’ambizione non è supportata da una visione lucidissima. Alcuni momenti però emozionano, e l’incompiutezza stessa del percorso diventa una scelta stilistica che non è fine a se stessa. Sugli altari la recitazione di Jessica Chastain nel ruolo di Salomè, virginea e sensuale al tempo stesso, e la sincerità disarmante di Pacino, capace di darsi in pasto allo spettatore nelle proprie debolezze. Con un finale splendido, che anzichè concludere le tesi del film le riapre, con un Pacino/Erode che vaga nel deserto sotto l’occhio severo della troupe diventata spettatrice del suo vagabondare.



