Nulla di cui vergognarsi
Posted by Davide Verazzani | Posted in Cinema, Venezia 2011 | Posted on 04-09-2011
0
La gioia più grande e la delusione più cocente. Due concetti antitetici, opposti estremismi che si toccano all’infinito. Oppure, al Lido durante la Mostra del Cinema. Usciti estasiati dopo la proiezione di Shame, ci tuffiamo in quella di Terraferma pensando in un facile bis e ne usciamo invece terribilmente scottati (e stupiti, invece, di un’accoglienza pressocchè trionfale da parte del resto della stampa accreditata).
Il secondo film del videoartista inglese Steve McQueen, dopo l’esordio folgorante di Hunger (scandalosamente ignorato dalla distribuzione italiana), è un pugno nello stomaco epico e disperato, girato in inquadrature claustrofobiche anche nelle scene in esterno. La vicenda narrata è quella della discesa agli inferi di Brandon, braccio destro del boss di un’azienda newyorkese, ricco, bello, ma dannato nella ricerca di un piacere che non può raggiungere se non a pagamento, e roso da sensi di colpa verso la sorella, una sciroccata cantante che gli occupa casa, e verso l’intera sua esistenza, che vive con senso di fallimento totale nonostante un’apparenza vincente. Spietata a crudele, la macchina da presa disseziona ogni tratto della vita marginale di Brandon (a cominciare dalla città stessa in cui è inserito, una New York raramente così fredda e malefica), un uomo dalle mille potenzialità che sembra non volere accettare il fatto stesso di esistere; la sua vergogna (da cui il titolo) non è tanto, o almeno non solo, verso la compulsione sessuale vissuta tra masturbazioni, escort e club privèe gay, quanto verso il fatto di non riuscire a uscire dalla spirale di inazione in cui è caduto. Il suo sguardo in macchina, con cui, in una scena violenta e bellissima, chiede aiuto a noi spettatori per farlo uscire dal gorgo in cui si dibatte, ci fa diventare suoi complici, chiedendoci quanto siano davvero splendenti le nostre vite, al di là del vetro del benessere e delle convenzioni sociali, e quanto siano degne di essere vissute. C’è speranza, nel film di McQueen: in una concitata sequenza finale, si passa dalla disperazione alla redenzione, con il sottofondo di una musica di Bach ossessiva e il viso sofferente del protagonista Michael Fassbender (ormai definitivamente lanciato sulla ribalta del grande cinema); ma bisogna meritarsela, bisogna combattere, bisogna avere coraggio. McQueen non fa sconti, e ci regala un ritratto difficile da dimenticare. Per ora, è il nostro Leone d’Oro.
A domani, invece, per una recensione più completa del film di Crialese.
Il secondo film del videoartista inglese Steve McQueen, dopo l’esordio folgorante di Hunger (scandalosamente ignorato dalla distribuzione italiana), è un pugno nello stomaco epico e disperato, girato in inquadrature claustrofobiche anche nelle scene in esterno. La vicenda narrata è quella della discesa agli inferi di Brandon, braccio destro del boss di un’azienda newyorkese, ricco, bello, ma dannato nella ricerca di un piacere che non può raggiungere se non a pagamento, e roso da sensi di colpa verso la sorella, una sciroccata cantante che gli occupa casa, e verso l’intera sua esistenza, che vive con senso di fallimento totale nonostante un’apparenza vincente. Spietata a crudele, la macchina da presa disseziona ogni tratto della vita marginale di Brandon (a cominciare dalla città stessa in cui è inserito, una New York raramente così fredda e malefica), un uomo dalle mille potenzialità che sembra non volere accettare il fatto stesso di esistere; la sua vergogna (da cui il titolo) non è tanto, o almeno non solo, verso la compulsione sessuale vissuta tra masturbazioni, escort e club privèe gay, quanto verso il fatto di non riuscire a uscire dalla spirale di inazione in cui è caduto. Il suo sguardo in macchina, con cui, in una scena violenta e bellissima, chiede aiuto a noi spettatori per farlo uscire dal gorgo in cui si dibatte, ci fa diventare suoi complici, chiedendoci quanto siano davvero splendenti le nostre vite, al di là del vetro del benessere e delle convenzioni sociali, e quanto siano degne di essere vissute. C’è speranza, nel film di McQueen: in una concitata sequenza finale, si passa dalla disperazione alla redenzione, con il sottofondo di una musica di Bach ossessiva e il viso sofferente del protagonista Michael Fassbender (ormai definitivamente lanciato sulla ribalta del grande cinema); ma bisogna meritarsela, bisogna combattere, bisogna avere coraggio. McQueen non fa sconti, e ci regala un ritratto difficile da dimenticare. Per ora, è il nostro Leone d’Oro.
A domani, invece, per una recensione più completa del film di Crialese.



