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Sperimentare paga

Posted by Davide Verazzani | Posted in Cinema, Venezia 2011 | Posted on 03-09-2011

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cut Sperimentare paga

I protagonisti di "Cut", di Amir Naderi

Il cinema come amore assoluto. Il cinema come esplorazione della realtà. Questo accomuna la visione di 3 film, due nella sezione Orizzonti, uno nel Concorso, proiettati nelle sale nella giornata di ieri, molto attesi qui al Lido perché opera di registi che avevano impressionato i cinefili con le loro opere precedenti: Amir Naderi, che dopo le follie di Vegas presenta Cut, il documentarista austriaco Michael Glawogger, che continua il suo scavo nelle miserie umane con Whores’ Glory, e il greco Yorgos Lanthimos, che dopo i fasti del precedente Dogtooth porta in concorso la sua nuova fatica Alpis.

E’ difficile rimanere indifferenti davanti a questi film: tutti e tre i registi non fanno nulla per piacere a un vasto pubblico, seguendo un percorso rigoroso ma appassionato che finisce con il creare film capaci di stimolare e infervorare chi ama davvero il cinema e le sue infinite varietà espressive.
Il più travolgente è di sicuro Amir Naderi con il suo Cut. La trama, perfino banale in apparenza, di un giovane cinefilo giapponese che proietta clandestinamente sul suo terrazzo cortometraggi di Buster Keaton e sbraita nelle piazze contro lo strapotere dei multiplex, che si inventa un modo singolare e masochistico per raccogliere i soldi necessari a chiudere un debito contratto dal fratello morto nei confronti della yakuza, è in realtà il pretesto per gridare con forza e sincerità totale il proprio amore per il cinema. Assoluto e devastante, senza paraocchi né censure, con la grinta e l’entusiasmo di chi non ha nulla da perdere se urla in faccia al mondo la propria gioia nel vedere un film. Perdoniamo tutto a Naderi, perfino lo sfacciato esibizionismo con cui inserisce nel film l’elenco dei 100 film con il finale migliore della storia del cinema (a voi indovinare il vincitore, invero piuttosto scontato…), perfino una lunghezza eccessiva e una ripetitività ossessiva: Cut è un film di cui si potrebbe stare a parlare per ore, ripieno com’è di citazioni, sottotesti scenografici e lessicali, violentissima dolcezza. Stiamone certi: non uscirà mai in nessun cinema, almeno non ufficialmente, tale è la sua anarchica pazzia che se ne frega bellamente della verosimiglianza, ma è, per originalità narrativa e capacità sperimentale, il miglior film visto finora al Lido.
Non da meno, anche se decisamente più controllato, è il lavoro di Glawogger con Whores’ Glory, documentario che narra la vita quotidiana di prostitute in 3 diversi “Red District”, uno a Bangkok (preciso e teutonico, ottimamente organizzato), uno in Bangladesh (squallido e miserabile, con vite comprate per una miseria) e l’ultimo in Messico (il più sbarazzino e in apparenza gicoso, anche se è l’unico dove si fa uso di droga ed ha la sua importanza una sorta di misticismo religioso). Con un uso incredibile degli spazi e delle luci, inquadrature perfette che rappresentano una realtà malata ma con sue regole sociali che riproducono quelle della realtà “esterna”, e l’utilizzo solo marginale delle interviste ai singoli personaggi, Glawogger dipinge un universo parallelo, per larga parte sconosciuto, evitando sia la pruderie più scontata (a parte un paio di casi, sono escluse scene di sesso) , sia l’analisi sociologica d’accatto. Non vi è giudizio, solo un piatto d’argento su cui è posta la realtà, quella vera.
Decisamente bizzarro il greco Alpis, con cui Yorgos Lanthimos torna a Venezia dopo un anno in qualità però di regista (l’asnno scorso era uno degli attori del sorprendente Attenberg). Esponente di punta della cosidetta nouvelle vague greca, regista teatrale d’avanguardia e uso ad ogni tipo di sperimentazione, ma anche direttore di videoclip e spot, Lanthimos racconta la vicenda di una sorta di società segreta che “vende” il servizio di sostituzione (proprio così!) del caro estinto a genitori e parenti disperati dopo la morte di un congiunto, perché possano superare la perdita con gradualità. Programmaticamente freddo e distaccato, senza un briciolo di umanità nei confronti dello spettatore, che si trova coinvolto in una vicenda grottesca (che non sarebbe dispiaciuta al miglior Marco Ferreri) come fosse invischiato in una ragnatela viscida e fastidiosa, Alpis si avvale di un gruppo di attori straordinario, di chiara derivazione teatrale, capaci di una recitazione quasi catatonica, e di una sceneggiatura precisa che scandagli nei meandri dell’incomunicabilità e della paranoia: entrambi donano il succo a un film che farà sicuramente discutere, e che finora vince il premio dell’opera più originale fra quelle viste in concorso.

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