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Umanità in nero

Posted by Davide Verazzani | Posted in Cinema, Venezia 2011 | Posted on 01-09-2011

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carnage Umanità in nero

Da sx a dx, Jodie Foster, John C.Reilly, Chris Waltz e Kate Winslet

Gioco al massacro, distruzione delle maschere sociali, abbandono degli opportunismi, disvelamento del dietro le quinte della borghesia, fino all’approdo verso gli animaleschi istinti delle belve feroci. Di tutto questo è colmo un certo teatro, da Ibsen a Ionesco a Williams, i cui temi vengono mischiati e centrifugati dalla commediografa francese Yasmina Reza in Le Dieu de Carnage (letteralmente “Il Dio della carneficina”), una piece del 2007 di precisione svizzera, che però, sostanzialmente, non aggiunge nulla a quanto già scritto e rappresentato negli ultimi 150 anni di palcoscenico. L’impatto sullo spettatore può quindi essere forte solo se ci si avvale di un gruppo di interpreti di prim’ordine.

E’ ciò che ha potuto fare Roman Polanski in Carnage, in Concorso qui a Venezia (di divino è rimasto ben poco, resta solo la “carneficina” del titolo francese), adattando per lo schermo il testo della con l’aiuto della stessa Reza, senza modificare quasi nulla della vicenda (i genitori di un ragazzino che ha pesantemente picchiato un compagno vanno dai genitori dell’offeso per scusarsi, ma fra incomprensioni e sottintesi smascherano ognuno le bugie dell’altro, fino a una catarsi finale): quando si riunisce nella stessa stanza gente come Jodie Foster, John C.Reilly, Kate Winslet e, soprattutto in questo caso, Chris Waltz, sono scintille, e sono proprio queste ad accendere il film, innervandolo del loro mostruoso talento.
L’impianto teatrale non è mutato, nemmeno nel modo di girare il film: una settimana di prove copione alla mano, un’altra senza copione, studio preciso di ogni movimento come se si andasse sul palcoscenico il giorno dopo, e ripresa cronologica delle scene per dare maggiore verità alla messi nscena. Il risultato è una splendida e grottesca tragicommedia, che mette alla berlina le convenzioni borghesi, in una perversa spirale che si basa sull’ambiguità delle parole e sulla banalità del male, tra frasi che via via trascendono ogni limite, attentati al buonismo imperante, solidarietà di sesso che trascendono quelle fra coniugi, fino a diventare più bambini di ogni bambino, nei comportamenti e nelle motivazioni ad essi sottintese; il tutto mentre i due figli, come si scoprirà nella sequenza finale, trovano modo senza alcuna sovrastruttura, senza scuse e senza spiegazioni, di reinstaurare una relazione interrotta dal gesto di violenza del principio.
La fine, voluta da Polanski stesso per inserire una nota di ottimismo, non leva in ogni caso la cappa di cupo nichilismo che pervade la pellicola. Forse i bambini ci salveranno, in un futuro prossimo, ma viene da chiedersi come ci riusciranno, se educati (per così dire) da simili bestie travestite da agnelli robotizzati. E la vicenda assume ancor di più i contorni di un terribile paradigma, se si pensa che l’ambientazione è alto borghese (un avvocato, una broker, una scrittrice, un direttore vendite), in un luogo ,anche fisico (accuratamente visualizzato da inquadrature a libri d’arte e quadri di pregio) che dovrebbe trasudare cultura e rispetto anziché vittimismo e risentimento.
Polanski sembra comunque gridare al fallimento di un intero ordine sociale, di un’intera civiltà. In questi cupi anni di crisi sistematica, come dargli torto?

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