Tra Cesare e Shakespeare, c’è Clooney
Posted by Davide Verazzani | Posted in Cinema, Venezia 2011 | Posted on 01-09-2011
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Da Giulio Cesare a Barack Obama attraverso Shakespeare. Ecco il succo di The ides of March, che ha aperto trionfalmente il Concorso veneziano. Ovvero, le luci e le ombre di un confronto fratricida all’interno del partito democratico statunitense, prima delle primarie a Cincinnati. Il candidato Morris (Clooney), un liberal Obama-style capace di rifiutare i compromessi sporchi della politica, si trova costretto ad abbandonare i suoi valori (posto che ci creda davvero…) alla luce di un potenziale scandalo sessuale.
Il vero sconfitto, nel film, è il giovane capo ufficio stampa di Morris (Ryan Gosling), lui sì idealmente convinto dell’appoggio al suo candidato (anche se disposto a raccontare bugie per sostenerlo), che ottiene la sua personale vittoria screditando il rivale e ricattando il suo mentore.
Nonostante il titolo che rimanda direttamente all’assassinio del dittatore romano avvenuto nel 44 a.c., c’è più Shakespeare che Giulio Cesare in questo film, come ha ammesso lo stesso Clooney in conferenza stampa: se è vero che, pur senza l’omicidio del tiranno, si assiste all’uccisione dei valori morali di un pugno di uomini, di un partito, di una nazione intera, sono la lotta per il potere, i colpi bassi della politica, l’a-moralità strisciante dietro i sorrisi e le strette di mano e i proclami ottimistici e generosi, temi tipici delle opere del bardo, alla base di questo lavoro. Attualizzando una piece teatrale “scoperta” dallo stesso Clooney e dal fido co-sceneggiatore Grant Heslov, i due danno maggior rilievo alla figura di Morris (che a teatro restava nell’ombra), accentuando così l’attinenza dell’intera opera al reale. Il Clooney regista si avvale di una sceneggiatura di ferro, classica che più classica non si potrebbe, per dar linfa al suo cinema rigoroso che è un meccanismo a orologeria, fatto com’è di rimandi puntuali, di inquadrature logiche e senza fronzoli, concedendosi il lusso di alcune scene dalla notevole forza evocativa (il giovane ufficio stampa, apparentemente sconfitto, in controluce con un’enorme bandiere americana alle sue spalle, e l’ultima scena che riprende la prima ma con la consapevolezza, negli occhi, del protagonista, che tutto il suo mondo è cambiato).
Non c’è nulla di particolarmente esaltante, nulla di sconvolgente o di innovativo: è cinema allo stato puro, quel cinema di cui gli americani sono maestri, quando ci sono buone idee, una mano sicura e senza grilli per la testa, e un manipolo di attori che fanno a gara per bravura e attinenza al ruolo (Ryan Gosling e Philip Seymour Hoffman su tutti, a nostro parere). E’ quel cinema, politicamente corretto ma colmo di ambiguità sottintese, che a Clooney riesce meglio, in cui il divo americano riesce a mettere in luce tutta il suo intelligente progressismo. Non ha pretese autoriali, solo il desiderio di mostrare il reale in tutte le sue forme, anche quelle meno consone al buonismo imperante (significativo, soprattutto per noi italiani, il fatto che i “nemici” siano in realtà due candidati dello stesso partito, disposti a chiedere i voti del partito concorrente solo per non far vincere l’avversario).
E’ cinema come artigianato: un ottimo prodotto, ben congegnato e costruito. That’s entertainment, verrebbe da dire. Ed è proprio così. Con l’amaro in bocca, pensando quanto sia sconvolgente l’attualità dei temi trattati.
Il vero sconfitto, nel film, è il giovane capo ufficio stampa di Morris (Ryan Gosling), lui sì idealmente convinto dell’appoggio al suo candidato (anche se disposto a raccontare bugie per sostenerlo), che ottiene la sua personale vittoria screditando il rivale e ricattando il suo mentore.
Nonostante il titolo che rimanda direttamente all’assassinio del dittatore romano avvenuto nel 44 a.c., c’è più Shakespeare che Giulio Cesare in questo film, come ha ammesso lo stesso Clooney in conferenza stampa: se è vero che, pur senza l’omicidio del tiranno, si assiste all’uccisione dei valori morali di un pugno di uomini, di un partito, di una nazione intera, sono la lotta per il potere, i colpi bassi della politica, l’a-moralità strisciante dietro i sorrisi e le strette di mano e i proclami ottimistici e generosi, temi tipici delle opere del bardo, alla base di questo lavoro. Attualizzando una piece teatrale “scoperta” dallo stesso Clooney e dal fido co-sceneggiatore Grant Heslov, i due danno maggior rilievo alla figura di Morris (che a teatro restava nell’ombra), accentuando così l’attinenza dell’intera opera al reale. Il Clooney regista si avvale di una sceneggiatura di ferro, classica che più classica non si potrebbe, per dar linfa al suo cinema rigoroso che è un meccanismo a orologeria, fatto com’è di rimandi puntuali, di inquadrature logiche e senza fronzoli, concedendosi il lusso di alcune scene dalla notevole forza evocativa (il giovane ufficio stampa, apparentemente sconfitto, in controluce con un’enorme bandiere americana alle sue spalle, e l’ultima scena che riprende la prima ma con la consapevolezza, negli occhi, del protagonista, che tutto il suo mondo è cambiato).
Non c’è nulla di particolarmente esaltante, nulla di sconvolgente o di innovativo: è cinema allo stato puro, quel cinema di cui gli americani sono maestri, quando ci sono buone idee, una mano sicura e senza grilli per la testa, e un manipolo di attori che fanno a gara per bravura e attinenza al ruolo (Ryan Gosling e Philip Seymour Hoffman su tutti, a nostro parere). E’ quel cinema, politicamente corretto ma colmo di ambiguità sottintese, che a Clooney riesce meglio, in cui il divo americano riesce a mettere in luce tutta il suo intelligente progressismo. Non ha pretese autoriali, solo il desiderio di mostrare il reale in tutte le sue forme, anche quelle meno consone al buonismo imperante (significativo, soprattutto per noi italiani, il fatto che i “nemici” siano in realtà due candidati dello stesso partito, disposti a chiedere i voti del partito concorrente solo per non far vincere l’avversario).
E’ cinema come artigianato: un ottimo prodotto, ben congegnato e costruito. That’s entertainment, verrebbe da dire. Ed è proprio così. Con l’amaro in bocca, pensando quanto sia sconvolgente l’attualità dei temi trattati.



