Ferite di passato e futuro
Posted by Davide Verazzani | Posted in Cinema, Venezia 2011 | Posted on 01-09-2011
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Pagoda anziché Villetta. O anche, Des Bains anziché Excelsior. Linguaggio criptico da habituèe veneziano, che indica il cambiamento della sede di appoggio delle Giornate degli Autori. Una sezione nata in sordina 8 anni fa, sulla scorta dell’ottima esperienza della Quinzaine, e che ha saputo trovare il suo spazio nell’intensissimo cartellone veneziano, fra concorsi ufficiali e non , retrospettive e settimane delle critiche varie. Comunque, per essere più espliciti, la variazione della sede dalla villetta a fianco all’hotel Excelsior allo stabilimento balneare dell’altrettanto gigantesco e lussuoso Hotel Des Bains (circa 500 metri di distanza, che nella complicata geografia veneziana valgono chilometri) non ha portato a null’altro se non l’inserimento di una navetta ulteriore per trasportare gli accreditati. Il resto, è il solito.
Peccato quindi che i due lungometraggi con cui la sezione si apre, Cafè de Flore e Love and bruises, e il cortometraggio di Andrea Di Bari, Di là dal vetro, prodotto da Pasta Garofalo, che ne dovrebbe impreziosire la visione, siano in larga misura, anche se per ragioni differenti, una delusione.
Il corto di Di Bari, che si avvale della toccante interpretazione di Isa Danieli, vorrebbe porre l’accento sull’importanza dei rapporti umani (in questo caso, una madre e un figlio) usando come metafora le sirene di due bombardamenti aerei, uno in Italia nella Seconda Guerra Mondiale, l’altro a Belgrado nel 1999, e intrecciando un dialogo tra un figlio che si sveglia da un incubo e una madre che sembra non ricordare vicende note (e non diciamo oltre per non spoilerare…), ma risulta troppo verboso e prevedibile, anche nei morbidi movimenti di macchina, un po’ troppo scolastici.
I due lunghi sono film molto bizzarri e diversissimi. Il primo, Cafè de Flore, del canadese francofono Jean-Marc Vallèe, mostra le due vite parallele di un moderno dj di successo di Montreal, che ha lasciato la madre dei propri figli, cui era legato da un amore adolescenziale sull’onda dei successi dark anni ’80, per vivere con una nuova compagna più giovane, e la giovane madre di un bambino down nella Parigi del 1969. Interessante nello sguardo, intrigante per la colonna sonora, finisce con l’essere sempre più inconcludente, fino a un finale pretenzioso e posticcio.
Il secondo, Love and bruises, del cinese Lou Ye, mostra il rapporto fra una studentessa cinese emigrata a Parigi in cerca di fortuna (e appena lasciata, senza troppe spiegazioni, dal fidanzato francese) e un brutale ma a suo modo appassionato operaio dei mercati ambulanti; il rapporto, morboso e ambiguo, inizia come un “ultimo tango” (una violenza/non violenza contro un’inferriata) ma prosegue in modo ossessivo, fra sesso compulsivo visto come unico metodo di comunicazione e di rivendicazione machista e sessista, dignità femminile che rialza la testa e la ricaccia nella sabbia, ondeggiamenti del cuore e della testa in cerca di decisioni mai prese e di parole che stentano a uscire. Tutto l’armamentario di un film francese di quart’ordine, insomma, condito in salsa agrodolce con il retrogusto dell’immigrazione cinese che (forse) fa paura e il mal di stomaco di una camera a mano continuamente ondeggiante senza alcun senso estetico. Tolta l’indubbia bravura dei due generosi attori protagonisti (lui, Tahar Rahim, reduce dai trionfi de Il profeta, lei, Corinne Yam, esordiente sul grande schermo) e una fotografia perennemente oscura e livida come la cappa di amour fou che grava sui due giovani, resta ben poco.
Peccato quindi che i due lungometraggi con cui la sezione si apre, Cafè de Flore e Love and bruises, e il cortometraggio di Andrea Di Bari, Di là dal vetro, prodotto da Pasta Garofalo, che ne dovrebbe impreziosire la visione, siano in larga misura, anche se per ragioni differenti, una delusione.
Il corto di Di Bari, che si avvale della toccante interpretazione di Isa Danieli, vorrebbe porre l’accento sull’importanza dei rapporti umani (in questo caso, una madre e un figlio) usando come metafora le sirene di due bombardamenti aerei, uno in Italia nella Seconda Guerra Mondiale, l’altro a Belgrado nel 1999, e intrecciando un dialogo tra un figlio che si sveglia da un incubo e una madre che sembra non ricordare vicende note (e non diciamo oltre per non spoilerare…), ma risulta troppo verboso e prevedibile, anche nei morbidi movimenti di macchina, un po’ troppo scolastici.
I due lunghi sono film molto bizzarri e diversissimi. Il primo, Cafè de Flore, del canadese francofono Jean-Marc Vallèe, mostra le due vite parallele di un moderno dj di successo di Montreal, che ha lasciato la madre dei propri figli, cui era legato da un amore adolescenziale sull’onda dei successi dark anni ’80, per vivere con una nuova compagna più giovane, e la giovane madre di un bambino down nella Parigi del 1969. Interessante nello sguardo, intrigante per la colonna sonora, finisce con l’essere sempre più inconcludente, fino a un finale pretenzioso e posticcio.
Il secondo, Love and bruises, del cinese Lou Ye, mostra il rapporto fra una studentessa cinese emigrata a Parigi in cerca di fortuna (e appena lasciata, senza troppe spiegazioni, dal fidanzato francese) e un brutale ma a suo modo appassionato operaio dei mercati ambulanti; il rapporto, morboso e ambiguo, inizia come un “ultimo tango” (una violenza/non violenza contro un’inferriata) ma prosegue in modo ossessivo, fra sesso compulsivo visto come unico metodo di comunicazione e di rivendicazione machista e sessista, dignità femminile che rialza la testa e la ricaccia nella sabbia, ondeggiamenti del cuore e della testa in cerca di decisioni mai prese e di parole che stentano a uscire. Tutto l’armamentario di un film francese di quart’ordine, insomma, condito in salsa agrodolce con il retrogusto dell’immigrazione cinese che (forse) fa paura e il mal di stomaco di una camera a mano continuamente ondeggiante senza alcun senso estetico. Tolta l’indubbia bravura dei due generosi attori protagonisti (lui, Tahar Rahim, reduce dai trionfi de Il profeta, lei, Corinne Yam, esordiente sul grande schermo) e una fotografia perennemente oscura e livida come la cappa di amour fou che grava sui due giovani, resta ben poco.



