Locarno 64 – Kaurismaki e kaurismakiani
Posted by Davide Verazzani | Posted in Cinema, Locarno 2011 | Posted on 11-08-2011
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Che dire del film di Kaurismaki? Che dire della vicenda di Marcel Marx, anziano lustrascarpe di Le Havre che salva dal carcere un ragazzino africano in cerca della madre emigrata a Londra e tiene viva la fiammella dell’amore per la propria moglie gravemente malata, il tutto grazie alla solidarietà degli abitanti del suo squallido quartiere? Che è incredibile come un regista, che ha avuto tanti premi, la cui incostanza produttiva è nota, e che quindi potrebbe tranquillamente appendere le scarpe al chiodo rifacendo ogni volta lo stesso film, sia capace invece di operare scarti di posizione per portare la sua poetica sempre un gradino piu’ avanti rispetto all’opera precedente. In questo caso, il tema dell’immigrazione clandestina entra prepotente nell’opera del regista finlandese, ma lo fa con una grazia e una leggiadria mai stucchevoli, in modo da non discostarsi da un’atmosfera di poesia talmente ben strutturata da sembrare la realtà. Il mondo descritto da Kaurismaki è una favola moderna: è un oggi popolato da automobili anni ’50, fotografi con reflex e flash, gentiluomini con il cappello, in cui le azioni dei personaggi risultano plausibili nonostante le intenzioni provengano da un mondo sospeso, quasi fatato. Supportato da una sceneggiatura praticamente perfetta, che non perde un colpo, e dalla consueta maestria nella costruzione dell’inquadratura e nel posizionamento delle luci, Kaurismaki ci lascia spiazzati dinanzi alla possibilità della speranza. E’ con profonda commozione che giungiamo a un finale splendido, che sarebbe risultato sdolcinato se girato da qualsiasi altro regista, ma che lo sviluppo narrativo avvenuto fino a quel momento ci rende plausibile, tanto da essere l’unico possibile modo di terminare la vicenda raccontata. Come nelle favole, per l’appunto.
Poco favolistico, invece, Sunny days del kazako Turebayev, che del maestro finlandese ha il gusto per l’umorismo nero, vagamente cinico, la capacità delle inquadrature fisse e della costruzione di personaggi borderline. La vicenda è semplice: un giovane disoccupato kazako si trova costretto a racimolare in pochi giorni una grossa somma di denaro per pagare affitto e utenze in arretrato di mesi; dopo aver chiesto invano soldi ad alcuni amici, trova un lavoro di un solo giorno, ma molto ben pagato, come autista di un boss moscovita di passaggio in città; ma nemmeno questa volta gli andrà bene, e il riscaldamento gli viene staccato in un gelido giorno di gennaio, corrispondente al suo compleanno. La storia di quest’uomo senza qualità (tanto da non essere degno di possedere nemmeno un nome: durante tutto l’arco del film non viene mai nominato, infatti), gravido di quell’indolenza che è il rifiuto di una società incomprensibile, ma senza risentimenti ideologici nè sociali, ha il riflesso della verità. La sua apatia non è un modo, magari un po’ bohemien, per essere ai margini e bearsi di questo, ma un’incapacità generazionale di chi è cresciuto in un mondo i cui cambiamenti gli sono passati sopra la testa (la madre vive a Berlino con un altro uomo, la città è piena di fiammeggianti automobili occidentali, l’aeroporto collega facimente con il resto del mondo), e che non riesce a godere del nuovo benessere importato insieme alla libertà, presunta, dal socialismo reale. Il paesaggio livido in cui la neve copre l’asfalto e il cielo forma un tutt’uno con il cemento armato dei nuovi uffici da poco costruiti contrasta con la bellezza mozzafiato della natura desertica appena fuori dalla città. Non c’è possibilità di sintesi, e l’unica è ubriacarsi di vodka economica comprata in un chiosco gestito da una bella ragazza con cui si è stati, una notte, ma di cui non ci si ricorda il nome; perchè anche i nomi, come le cose e le motivazioni, hanno perso senso. Tanti auguri, signor Nessuno, che somigli a tanti di noi. E un augurio speciale all’ottimo regista, che inseriamo nel nostro ideale palmarès dei Cineasti del Presente.
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