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Non c’è mica da stupirsi: all’interno di una messe di film enorme gettata addosso a critici e pubblico in soli 10 giorni (in un Festival come quello locarnese, poi, in cui è debordante la presenza di opere prime, e quindi per definizione acerbe), capita assai piu’ spesso di assistere a pellicole poco degne di essere in un concorso internazionale, a volte di ardua comprensione, a volte sbagliate in partenza. E’ anche per questo motivo che, quando ci si trova davanti alla freschezza semplice, al desiderio di raccontare una storia, si è presi da un sorriso che fatica ad andarsene dal volto. Anche quando si è consci di avere visto un film non del tutto perfetto, di non essere di fronte a un capolavoro, ma solo a un’opera sensata o con un’urgenza narrativa coerente.
Al primo gruppo appartengono 2 film appena visti (purtroppo uno di seguito all’altro) nel Concorso Internazionale. Si tratta, per iniziare, del francese Derniere Seance, opera seconda del regista Laurent Achard che ha una produttrice d’eccezione come Sylvie Pialat, vedova del compianto maestro Maurice Pialat. Il film dovrebbe essere una sorta di thriller cinefilo: un ombroso giovane, proiezionista di un cinema della periferia parigina destinato alla chiusura, dopo l’ultimo spettacolo diventa un serial killer di donne sole, cui mozza un orecchio che, poi, attacca a fotografie di attrici famose che adornano il muro della cantina dove vive, sotto la sala di proiezione. Una trama potenzialmente avvincente, che avrebbe avuto bisogno di ben diversa mano. A parte le incongruenze narrative di cui il film è disseminato, e che lo rendono implausibile fino al ridicolo, si assiste a inutili citazioni dell’epoca d’oro del cinema francese, a un flash-back di assurda violenza, a luci intermittenti che illuminano la foto della madre del protagonista messa al centro della stanza come se fosse una dea cui il killer sacrifica le sue vittime, a divagazioni insensate (come puo’ una giovane ragazza innamorarsi di un tipo simile, ancorchè belloccio?); costruito come un omaggio ai padri nobili del cinema francese e mondiale, il film è un pastrocchio senza capo nè coda, irritante e presuntuoso anche e soprattutto perchè avrebbe avuto, grazie a una vicenda interessante, ampie possibilità di sviluppo.
La seconda delusione in Concorso è l’olandese Onder ons, del’esordiente Marco Van Geffen. Delusione amplificata dal fatto che, anche in questo caso, l’assunto di partenza è intrigante: la storia di Ewa, una polacca che giunge ad Amsterdam come ragazza alla pari e si trova coinvolta, suo malgrado, in una vicenda di violenza sessuale, che la sconvolge fino a farle perdere la fiducia della famiglia di cui cura il neonato e la obbliga al ritorno in patria, viene scomposta in 3 quadri differenti in cui la realtà è indagata da punti di vista diversi; l’ultima sezione pero’, ovvero quella in cui assumiamo il punto d’osservazione di Ewa, anzichè spiegare le stranezze della ragazza mostra vicende ignote che ne complicano la comprensione; si rimane cosi’, alla fine del film, con troppe domande irrisolte, debitrici di una sceneggiatura che non ha saputo nè avere rispetto dello spettatore, nè avere il coraggio di costruire un film classico e a tutto tondo,preferendo invece vagare in una nebbia fatta di immagini belle, a volte perfino patinate (la fila di casette tutte uguali, la vita della famiglia ospitante), ma senza costrutto narrativo.
Dalla parte delle piacevoli sorprese, invece, troviamo l’italiano L’estate di Giacomo, del friulano Alessandro Comodin, co-prodotto dall’italiana Tucker Film, meritoria azienda attiva nella distribuzione del piu’ interessante cinema orientale (su tutti, lo splendido Departures, vincitore all’Oscar nel 2010). Il maggior motivo di interesse del film è il fatto che sembra un’opera di fiction, ma è sostanzialmente un documentario che narra la “rinascita” di Giacomo, un giovane sordo che ha scelto di sottoporsi a un intervento per riacquistare l’udito e si trova alle prese con la miriade di suoni che lo circondano e con notevoli difficoltà di linguaggio. La videocamera del regista si incolla a Giacomo (fratello di un suo amico d’infanzia) in un pomeriggio vissuto al fiume insieme all’amica Stefania (sorella del regista), fatto di giochi, scherzi e tenerezze abbozzate, per poi saltare all’anno successivo, in cui Giacomo, piu’ sicuro della propria espressività, è di nuovo al fiume ma non con Stefania, bensi’ con la neo-fidanzata, Barbara, anche lei alle prese con le stesse difficoltà del ragazzo. La freschezza degli attori, colti nei loro gesti quotidiani, la totale mancanza di sceneggiatura e quindi di un filtro narrativo che raffreddi i rapporti fra i ragazzi, l’imponderabilità del quotidiano (il momento piu’ intenso si ha quando inavvertitamente Giacomo getta sabbia negli occhi di Stefania, misurandone la fragilità interiore) sono la cifra di un lavoro che richiede molta disponibilità allo spettatore ma che sa regalare attimi di emozione vera (fra cui la lettura di una reale lettera d’amore scritta da Barbara per Giacomo, compiuta da lei stessa con grande difficoltà e partecipazione), che piu’ sincera non si potrebbe.
Un’altra sorpresa è stato 4 Tage im Mai (4 days in May), proiettato ieri sera in Piazza Grande, del tedesco Archim von Borries. Il film narra la storia vera degli ultimi 4 giorni della II guerra mondiale, visti attraverso gli occhi di un ragazzino tedesco che non si vuole arrendere all’idea che i russi prendano possesso dell’orfanotrofio dove vive e lavora la nonna. Di per sè, non si tratta di un argomento nuovo o inedito. Cio’ che rende il film piacevole è, oltre al fatto che è basato su una vicenda realmente accaduta (se non ce lo avessero detto all’inizio, sarebbe stato difficile crederlo, soprattutto per la parte finale), la sua solidità di fondo che lo rende un film adatto a ogni genere di pubblico: la circolarità (la prima immagine rimanda all’ultima, e cio’ che vediamo è sostanzialmente un flash-back), oltre all’intrigo narrativo, supera la tematica bellica e puo’ appagare la curiosità dello spettatore medio, l’argomento nettamente anti-militarista, ma con un punto di vista ampio e non gretto o banale, puo’ irritare qualche anima bella, che crede ancora che il Bene e il Male si dividano equamente nella Storia, ma dona invece vitalità alla vicenda rendendola spinosa e giustamente contradditoria (come solo la vita vera sa essere), le immagini di grande forza espressiva garantiscono una buona accoglienza da parte di chi ama un cinema classico ma attento ai particolari. Grandi applausi in Piazza:che sia uno dei candidati maggiori per la vittoria finale?
Al primo gruppo appartengono 2 film appena visti (purtroppo uno di seguito all’altro) nel Concorso Internazionale. Si tratta, per iniziare, del francese Derniere Seance, opera seconda del regista Laurent Achard che ha una produttrice d’eccezione come Sylvie Pialat, vedova del compianto maestro Maurice Pialat. Il film dovrebbe essere una sorta di thriller cinefilo: un ombroso giovane, proiezionista di un cinema della periferia parigina destinato alla chiusura, dopo l’ultimo spettacolo diventa un serial killer di donne sole, cui mozza un orecchio che, poi, attacca a fotografie di attrici famose che adornano il muro della cantina dove vive, sotto la sala di proiezione. Una trama potenzialmente avvincente, che avrebbe avuto bisogno di ben diversa mano. A parte le incongruenze narrative di cui il film è disseminato, e che lo rendono implausibile fino al ridicolo, si assiste a inutili citazioni dell’epoca d’oro del cinema francese, a un flash-back di assurda violenza, a luci intermittenti che illuminano la foto della madre del protagonista messa al centro della stanza come se fosse una dea cui il killer sacrifica le sue vittime, a divagazioni insensate (come puo’ una giovane ragazza innamorarsi di un tipo simile, ancorchè belloccio?); costruito come un omaggio ai padri nobili del cinema francese e mondiale, il film è un pastrocchio senza capo nè coda, irritante e presuntuoso anche e soprattutto perchè avrebbe avuto, grazie a una vicenda interessante, ampie possibilità di sviluppo.
La seconda delusione in Concorso è l’olandese Onder ons, del’esordiente Marco Van Geffen. Delusione amplificata dal fatto che, anche in questo caso, l’assunto di partenza è intrigante: la storia di Ewa, una polacca che giunge ad Amsterdam come ragazza alla pari e si trova coinvolta, suo malgrado, in una vicenda di violenza sessuale, che la sconvolge fino a farle perdere la fiducia della famiglia di cui cura il neonato e la obbliga al ritorno in patria, viene scomposta in 3 quadri differenti in cui la realtà è indagata da punti di vista diversi; l’ultima sezione pero’, ovvero quella in cui assumiamo il punto d’osservazione di Ewa, anzichè spiegare le stranezze della ragazza mostra vicende ignote che ne complicano la comprensione; si rimane cosi’, alla fine del film, con troppe domande irrisolte, debitrici di una sceneggiatura che non ha saputo nè avere rispetto dello spettatore, nè avere il coraggio di costruire un film classico e a tutto tondo,preferendo invece vagare in una nebbia fatta di immagini belle, a volte perfino patinate (la fila di casette tutte uguali, la vita della famiglia ospitante), ma senza costrutto narrativo.
Dalla parte delle piacevoli sorprese, invece, troviamo l’italiano L’estate di Giacomo, del friulano Alessandro Comodin, co-prodotto dall’italiana Tucker Film, meritoria azienda attiva nella distribuzione del piu’ interessante cinema orientale (su tutti, lo splendido Departures, vincitore all’Oscar nel 2010). Il maggior motivo di interesse del film è il fatto che sembra un’opera di fiction, ma è sostanzialmente un documentario che narra la “rinascita” di Giacomo, un giovane sordo che ha scelto di sottoporsi a un intervento per riacquistare l’udito e si trova alle prese con la miriade di suoni che lo circondano e con notevoli difficoltà di linguaggio. La videocamera del regista si incolla a Giacomo (fratello di un suo amico d’infanzia) in un pomeriggio vissuto al fiume insieme all’amica Stefania (sorella del regista), fatto di giochi, scherzi e tenerezze abbozzate, per poi saltare all’anno successivo, in cui Giacomo, piu’ sicuro della propria espressività, è di nuovo al fiume ma non con Stefania, bensi’ con la neo-fidanzata, Barbara, anche lei alle prese con le stesse difficoltà del ragazzo. La freschezza degli attori, colti nei loro gesti quotidiani, la totale mancanza di sceneggiatura e quindi di un filtro narrativo che raffreddi i rapporti fra i ragazzi, l’imponderabilità del quotidiano (il momento piu’ intenso si ha quando inavvertitamente Giacomo getta sabbia negli occhi di Stefania, misurandone la fragilità interiore) sono la cifra di un lavoro che richiede molta disponibilità allo spettatore ma che sa regalare attimi di emozione vera (fra cui la lettura di una reale lettera d’amore scritta da Barbara per Giacomo, compiuta da lei stessa con grande difficoltà e partecipazione), che piu’ sincera non si potrebbe.
Un’altra sorpresa è stato 4 Tage im Mai (4 days in May), proiettato ieri sera in Piazza Grande, del tedesco Archim von Borries. Il film narra la storia vera degli ultimi 4 giorni della II guerra mondiale, visti attraverso gli occhi di un ragazzino tedesco che non si vuole arrendere all’idea che i russi prendano possesso dell’orfanotrofio dove vive e lavora la nonna. Di per sè, non si tratta di un argomento nuovo o inedito. Cio’ che rende il film piacevole è, oltre al fatto che è basato su una vicenda realmente accaduta (se non ce lo avessero detto all’inizio, sarebbe stato difficile crederlo, soprattutto per la parte finale), la sua solidità di fondo che lo rende un film adatto a ogni genere di pubblico: la circolarità (la prima immagine rimanda all’ultima, e cio’ che vediamo è sostanzialmente un flash-back), oltre all’intrigo narrativo, supera la tematica bellica e puo’ appagare la curiosità dello spettatore medio, l’argomento nettamente anti-militarista, ma con un punto di vista ampio e non gretto o banale, puo’ irritare qualche anima bella, che crede ancora che il Bene e il Male si dividano equamente nella Storia, ma dona invece vitalità alla vicenda rendendola spinosa e giustamente contradditoria (come solo la vita vera sa essere), le immagini di grande forza espressiva garantiscono una buona accoglienza da parte di chi ama un cinema classico ma attento ai particolari. Grandi applausi in Piazza:che sia uno dei candidati maggiori per la vittoria finale?



