Locarno 64 – Quelli in cui crediamo (per ora)
Posted by Davide Verazzani | Posted in Cinema | Posted on 09-08-2011
0
Come in ogni buon Festival che si rispetti, anche a Locarno le discussioni fra i giornalisti accreditati e fra il pubblico sorgono spontanee e, a volte, si acuminano in prese di posizione nette e contrapposte. E’ la bellezza e anche la crudeltà di un mezzo espressivo come il cinema, capace di unire e dividere ma, soprattutto, di far si’ che ognuno, colto o ignorante che sia, possa esprimere un’opinione, anche del tutto emotiva, sull’opera ce ha appena visionato. Ed ecco che ci inseriamo, in quest’inizio giornata di metà Festival, a parlare di tre film del concorso Internazionale che, in un modo o nell’altro, ci hanno interessato.
Il primo, e piu’ forte candidato a vincere qualche premio, è Vol Special, un documentario svizzero su un centro di detenzione amministrativa per immigrati clandestini sito nei dintorni di Ginevra. Quel che pochi sanno nel mondo è che nella civilissima Svizzera, nel 1995, è stata votata con un referendum una legge che impone l’espulsione di ogni immigrato non in regola, anche se inserito nella società, lavoratore con regolare contratto, sposato e con figli. Il documentario di Fernand Melgar (già vincitore nei Cineasti del Presente del 2008 con un film di tematica simile, La forteresse) testimonia questa sorta di limbo dorato, in cui 25 clandestini attendono il rimpatrio per mesi in celle che somigliano a camere d’albergo, mangiando ottimi pasti regolari serviti dai pochi secondini, facendo attività sportiva in un grande campo all’interno del recinto di una prigione senza garitte nè guardie all’ingresso, creando un legame fra di loro e con i secondini che, inevitabilmente, sfocia in piccole tragedie quando è il momento di partire. Con sconvolgente semplicità ci viene offerta la vita di queste persone, senza giudizi nè pregiudizi, mostrando l’assurdità di una legislazione inutilmente punitiva, l’ipocrisia della gentilezza pelosa dei dirigenti della struttura, la disperazione di chi ha dato tanto alla Svizzera, col suo lavoro e i suoi sacrifici, e si vede espulso senza una ragione.
Un premio all’interpretazione femminile potrebbe giungere all’argentino Abrir puertas y ventanas, curiosa elaborazione del lutto per la morte della nonna da parte di tre sorelle una piu’ svitata dell’altra: Violeta, aspirante cantante, trascorre le giornate indolente sul divano, Sofia si veste in maniera vistosa e torna a casa con regali e soldi datele da sconosciuti, Marina cerca di studiare ma è segretamente innamorata del giovane vicino di casa. Alla scomparsa di Violeta, che ha scelto di partire per cercare fortuna con un uomo che frequenta in segreto, scattano le rivalità e le gelosie fra le due sorelle rimaste. L’affresco è interessante anche per la puntualità con cui le immagini tramutano sullo schermo le emozioni delle interpreti e lo svolgersi delle situazioni. Tra silenzi e rivalse i ricordi si trasformano in azioni, fino a scoppiare in situazioni che potrebbero portare a una guerra pisicologica e che invece vengono risolte grazie all’azione catalizzatrice del vicino di casa, decisamente piu’ normale negli atteggiamenti rispetto alle ragazze. Il cambiamento interiore delle protagoniste ha il suo cuore nella loro intensa interpretazione (soprattutto di Maria Canale, che interpreta il personaggio di Marina), fatta di sottrazioni continue e di pochi, legittimi, movimenti.
Un premio all’interpretazione maschile potrebbe invece giungere per Roberto Herlitzka, splendido protagonista di Sette opere di misericordia dei fratelli De Serio, unico italiano in Concorso. Il film, che suddivide in 7 quadretti evangelici la vicenda di una giovane moldava che, per scappare da una vita di stenti, è disposta a vendere il suo bambino e ad occupare un appartamento abitato da un vecchio avaro (Herlitzka, appunto), ha un’eleganza espressiva indubitabile, pur nella disperazione degli ambienti che rappresenta. Ogni inquadratura è fortemente studiata, ogni atto è il risultato di una continua serie di prove, e questo porta a scene di gran forza emotiva, che si sublimano in una splendida inquadratura finale che corona il lavoro. Questo, che è da un lato il suo pregio, rappresenta pero’ anche il suo limite; la perfezione formale dello sguardo a volte si trasforma in pretenziosità, senza riuscire a rimanere leggera e sincera come nelle opere dei Dardenne (cui il film dei De Serio rimanda direttamente, nelle tematiche e nella scelta espressiva); non c’è malafede nè piacioneria, ma il film stenta a decollare davvero nel cuore dello spettatore, e rischia di restare sospeso a mezz’aria fra coraggiosa opera di denuncia e occasione mancata. La scelta dell’argomento e la durezza con cui viene affrontato ne rende difficile l’efficacia distributiva, ed è un peccato poichè offre uno sguardo diverso e non manicheo nei confronti sia dell’immigrazione clandestina in Italia (ebbene si’, anche i moldavi rubano, picchiano e vendono bambini!) sia della carità nell’incontro fra due persone diverse, che avviene nel silenzio totale (il film è quasi del tutto privo di dialoghi) e rispettando i tempi di reazione dell’altro. Un film che avrebbe potuto/dovuto essere proiettato nelle scuole, si smarrisce invece nella sua freddezza che rischia di sembrare supponenza e ne nasconde invece la verità e la sincerità di fondo.
Il primo, e piu’ forte candidato a vincere qualche premio, è Vol Special, un documentario svizzero su un centro di detenzione amministrativa per immigrati clandestini sito nei dintorni di Ginevra. Quel che pochi sanno nel mondo è che nella civilissima Svizzera, nel 1995, è stata votata con un referendum una legge che impone l’espulsione di ogni immigrato non in regola, anche se inserito nella società, lavoratore con regolare contratto, sposato e con figli. Il documentario di Fernand Melgar (già vincitore nei Cineasti del Presente del 2008 con un film di tematica simile, La forteresse) testimonia questa sorta di limbo dorato, in cui 25 clandestini attendono il rimpatrio per mesi in celle che somigliano a camere d’albergo, mangiando ottimi pasti regolari serviti dai pochi secondini, facendo attività sportiva in un grande campo all’interno del recinto di una prigione senza garitte nè guardie all’ingresso, creando un legame fra di loro e con i secondini che, inevitabilmente, sfocia in piccole tragedie quando è il momento di partire. Con sconvolgente semplicità ci viene offerta la vita di queste persone, senza giudizi nè pregiudizi, mostrando l’assurdità di una legislazione inutilmente punitiva, l’ipocrisia della gentilezza pelosa dei dirigenti della struttura, la disperazione di chi ha dato tanto alla Svizzera, col suo lavoro e i suoi sacrifici, e si vede espulso senza una ragione.
Un premio all’interpretazione femminile potrebbe giungere all’argentino Abrir puertas y ventanas, curiosa elaborazione del lutto per la morte della nonna da parte di tre sorelle una piu’ svitata dell’altra: Violeta, aspirante cantante, trascorre le giornate indolente sul divano, Sofia si veste in maniera vistosa e torna a casa con regali e soldi datele da sconosciuti, Marina cerca di studiare ma è segretamente innamorata del giovane vicino di casa. Alla scomparsa di Violeta, che ha scelto di partire per cercare fortuna con un uomo che frequenta in segreto, scattano le rivalità e le gelosie fra le due sorelle rimaste. L’affresco è interessante anche per la puntualità con cui le immagini tramutano sullo schermo le emozioni delle interpreti e lo svolgersi delle situazioni. Tra silenzi e rivalse i ricordi si trasformano in azioni, fino a scoppiare in situazioni che potrebbero portare a una guerra pisicologica e che invece vengono risolte grazie all’azione catalizzatrice del vicino di casa, decisamente piu’ normale negli atteggiamenti rispetto alle ragazze. Il cambiamento interiore delle protagoniste ha il suo cuore nella loro intensa interpretazione (soprattutto di Maria Canale, che interpreta il personaggio di Marina), fatta di sottrazioni continue e di pochi, legittimi, movimenti.
Un premio all’interpretazione maschile potrebbe invece giungere per Roberto Herlitzka, splendido protagonista di Sette opere di misericordia dei fratelli De Serio, unico italiano in Concorso. Il film, che suddivide in 7 quadretti evangelici la vicenda di una giovane moldava che, per scappare da una vita di stenti, è disposta a vendere il suo bambino e ad occupare un appartamento abitato da un vecchio avaro (Herlitzka, appunto), ha un’eleganza espressiva indubitabile, pur nella disperazione degli ambienti che rappresenta. Ogni inquadratura è fortemente studiata, ogni atto è il risultato di una continua serie di prove, e questo porta a scene di gran forza emotiva, che si sublimano in una splendida inquadratura finale che corona il lavoro. Questo, che è da un lato il suo pregio, rappresenta pero’ anche il suo limite; la perfezione formale dello sguardo a volte si trasforma in pretenziosità, senza riuscire a rimanere leggera e sincera come nelle opere dei Dardenne (cui il film dei De Serio rimanda direttamente, nelle tematiche e nella scelta espressiva); non c’è malafede nè piacioneria, ma il film stenta a decollare davvero nel cuore dello spettatore, e rischia di restare sospeso a mezz’aria fra coraggiosa opera di denuncia e occasione mancata. La scelta dell’argomento e la durezza con cui viene affrontato ne rende difficile l’efficacia distributiva, ed è un peccato poichè offre uno sguardo diverso e non manicheo nei confronti sia dell’immigrazione clandestina in Italia (ebbene si’, anche i moldavi rubano, picchiano e vendono bambini!) sia della carità nell’incontro fra due persone diverse, che avviene nel silenzio totale (il film è quasi del tutto privo di dialoghi) e rispettando i tempi di reazione dell’altro. Un film che avrebbe potuto/dovuto essere proiettato nelle scuole, si smarrisce invece nella sua freddezza che rischia di sembrare supponenza e ne nasconde invece la verità e la sincerità di fondo.



