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Locarno 64 – Riassunto delle puntate precedenti (2)

Posted by Davide Verazzani | Posted in Cinema | Posted on 08-08-2011

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albert hoffmann1 Locarno 64   Riassunto delle puntate precedenti (2)

Albert Hoffmann

Mentre il sole rifà capolino oltre i monti, dopo un week end fra i piu’ piovosi della storia locarnese, riusciamo forse a rimetterci in pari con i film visti nei primi 4 giorni di Festival. E per cominmciare subito bene, partiamo dalla sezione documentari, cosi’ spesso forieri di novità e interesse in terra svizzera. Da sempre, infatti, il Festival di Locarno si è caratterizzato per un’attenzione particolare nei confronti di questo genere cinematografico, che oggi rappresenta uno dei pochi (se non l’unico) segmento vitale del settore. Lo scorso anno, il nuovo direttore artistico ha scelto di eliminare la sezione apposita, non già per escluderne la visione, ma per inserirli in altre sezioni in cui prevale la fiction, senza quindi relegarla in una nicchia per esperti o addetti ai lavori.

E’ per questo motivo che possiamo vedere, in concorso nei Cineasti del Presente, l’interessante The substance, una lunga intervista ad Albert Hoffmann, il chimico svizzero che per primo sintetizzo’ l’acido lisergico (LSD, per i profani) subito dopo la Seconda Guerra Mondiale. Il film vaga fra i ricordi di Hoffmann (intervistato, già centenario ma lucidissimo, poco prima della morte avvenuta nel 2008) e i filmati di repertorio che narrano le conseguenze della commercializzazione su larga scala dell’LSD, inizialmente previsto solo a fini terapeutici e con costante aiuto psicologico. Sfilano cosi’ davanti agli occhi le immagini dei colorati abitanti di Haight-Ashbury a San Francisco, dei concerti dei Grateful Dead e di Hendrix, della registrazione live di All you need is love, manifesto del flower power nel 1967; e viene inquadrata in un’ottica piu’ realista la controversa figura di Timothy Leary, ambizioso professore di Harvard diventato, all’inizio degli anni ’60, il guru di una certa controcultura che poco aveva a che fare con la ricerca scientifica e molto con la sopravalutazione di sè. La messa fuorilegge dell’LSD, già prima della fine degli anni ’60, fa tornare la sostanza negi ambiti prettamente clinici in cui era nata, ma questo non toglie nè l’aura vagamente mitica che la circonda, nè il sospetto dei benpensanti anche di fronte a un utilizzo medico; e le ultime immagini di un Hoffmann cupo e pensieroso sembrano esemplificare quanta manipolazione cinica vi sia stata, da parte dei media e di pochi arrivisti presuntuosi, nei confronti di un composto chimico che, partendo da un presupposto naturale (l’esistenza di percezioni del mondo differenti rispetto a quelle immediatamente visibili), avrebbe potuto aprire possibilità impensabili in ambito psicoteraupetico. Ma il potere si puo’ aggirare ma non sfidare: quelli che benpensano hanno vinto, anche grazie alle furbizie di chi ha pensato di poter lucrare sulla sensibilità di molte anime deboli, e l’umanità si è persa un’occasione storica.

Fuori concorso, invece, con proiezioni speciali, due documentari, entrambi italiani, di uguale tematica ma del tutto contrapposti come visione e costruzione. Si tratta di Tahrir, con cui il romano Stefano Savona ha documentato i fatti avvenuti a febbraio nell’omonima piazza del Cairo, che hanno portato in pochi giorni alla destituzione di Mubarak, e Milano 55,1 – Cronaca di una settimana di passioni, in cui piu’ di 20 cineasti milanesi, coordinati da Luca Mosso e Bruno Oliviero, hanno fornito il loro punto di vista sulla “rivoluzione arancione” di Pisapia alle recenti elezioni amministrative, durante la settimana che ha preceduto il ballottaggio vinto poi dall’avvocato milanese.
Tralasciando l’ovvia considerazione che Tahrir appare un’opera piu’ unitaria di Milano 55,1, è proprio il punto di vista di chi ha usato la videocamera a essere del tutto opposto.
Nel documentario di Savona veniamo gettati in mezzo a una folla dapprima smarrita, poi sempre piu’ incalzante e numerosa, infine festante, in ultimo dubbiosa; gioiamo con loro, discutiamo con loro, ne condividamo ansie e timori, e lo stupore dipinto nei loro volti per una nuova possibiità di vita porta l’emozione della verità e della novità assoluta. E’ un caos primigenio, che non ha una fonte, e di cui non si conosce la foce. E’ un instant movie carnevalesco ed esaltante, che riesce a fotografare il cambiamento mentre è in atto senza forzature nè rilievi di alcun tipo.
La forza e l’urgenza della verità manca a quasi tutti i creatori di Milano 55,1. La rivoluzione milanese (paragonabile, si parva licet, a quelle mediorientali per la portata di storica novità nel panorama politico italiano), che è consistita in un rinnovato incontro dei cittadini con la politica allo stato piu’ alto, è solo accennata qua e là, e manca del tutto fra l’altro la componente web, che è stata determinante per la creazione del consenso intorno alla figura di Pisapia; dal confronto fra le figure del leghista Salvini e del democratico Boeri, il cui “pedinamento” rappresenta il fil rouge del documentario, risulta vincente la prima, perennemente alle prese con la realtà della gente comune, quando invece Boeri è piu’ spesso chiuso nei suoi salotti borghesi o in incontri ufficiali: visto cosi’, non si capirebbe il motivo di un trionfo simile. Poichè non sono in discussione le capacità documentaristiche dei registi chiamati a esprimere il loro supporto, resta solo da pensare che costoro (sorta di anima culturalmente piu’ avanzata di Milano) non abbiano per nulla compreso cosa è accaduto realmente, e soprattutto in che modo; la mancanza non è da poco, e pare evidenziare una sorta di scollamento delle classi colte dalla realtà quotidiana e politica, che è alla base delle sconfitte della sinistra negli ultimi 20 anni; crediamo che i coordinatori della pellicola fossero animati da intenzioni ben diverse, che si scontrano però con l’anima profondamente radical chic della borghesia intellettuale di una città in cui le divisioni prevalgono ancora sulle inclusioni.
Se in Tahrir, dunque, la Storia è in movimento davanti a noi, in Milano 55,1 osserviano gli eventi dietro la lente sfocata di una presunzione intellettualistica che non rende giustizia agli animatori di un mese esaltante per l’Italia intera.

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