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La semplicità con cui Locarno ti accoglie è a volte spiazzante. Conferenze stampa in cui non c’è ressa, le domande vengono poste brevemente e le risposte arrivano eccome; proiezioni in cui non si deve fare a botte per entrare; una sala stampa in cui si trova sempre posto ai computer, senza prendere numerini come in un supermercato; no ansie, no problemi, relax: l’atmosfera lacustre, a volte vagamente mortifera, piu’ spesso attenta al flusso vitale delle persone, ha una forte influenza su chi partecipa al Festival.
Ed è così che ci si trova davanti a due commedie, l’una in concorso l’altra in Piazza Grande, diversissime l’una dall’altra ma altrettanto leggere e delicate. L’arte d’aimer è l’ultimo lavoro del regista Emmanuel Mouret, acclamato in patria e con un certo successo anche in Italia. Si tratta di una commedia degli equivoci, a metà strada fra i lavori teatrali di Marivaux e le operette morali di rohmeriana memoria, che parte dalla ricerca di una musica perfetta che rifletta l’amore subitaneo (e dall’impossibilità di vivere quel momento) per delineare le storie di varie coppie viste in momenti di crisi latente o esplicita, e di altre coppie che invece si stanno formando. Film molto scritto, molto parlato, molto “recitato”, di marca puramente francese con attori celebri oltralpe e, a parte Arianne Ascaride (famosa per i lavori con Guediguian), poco noti all’estero e quindi anche in Italia: inevitabilmente, fa sorridere e a volte pure ridere, ma alla fine resta ben poco. Il formalismo della messa in scena lo rende poco piu’ che una gran prova attoriale (il cast si dev’essere divertito un mondo a recitarvi), ma la leggiadria del tocco ne rende possibile l’uscita in sala e anche un certo successo commerciale; dato che in Piazza il premio lo stabilisce il pubblico, potrebbe perfino aspirare alla vittoria, sebbene non sia finora la pellicola migliore della sezione, proprio per la capacità di ammiccare allo spettatore e di rappresentare situazioni in cui è facile riconoscersi. Da un punto di vista cinematografico, però, è poca cosa, a parte gli aspetti che abbiamo già avidenziato.
Di tutt’altro genere Terri, film in Concorso, dall’andamento tipicamente Sundance, con tutti i pregi e i difetti che questo comporta. La vicenda di un adolescente sovrappeso che vive con uno zio malato di Alzheimer e raggiunge ogni giorno la scuola, vestito in pigiama, attraverso un bosco, facendo poi amicizia con un altro ragazzino difficile e con la piu’ bella della classe, ha una delicatezza di tocco innegabile, che la salva dal divenire solo la rappresentazione di un disagio; ma tutto questo avviene soprattutto grazie alla superba interpretazione del personaggio del preside, che mette in atto John C. Reilly, sorta di padre putativo del giovane Terri: tutto il resto rimane sullo sfondo, come solo accennato, e se la vicenda sa disturbare e in qualche modo emozionare lo si deve solo alle scene in cui il ragazzo e il preside sono presenti. Per il resto (compresa lunga scena di disvelamento e crescita sessuale) molto è telefonato e senza scossoni.
Ed è così che ci si trova davanti a due commedie, l’una in concorso l’altra in Piazza Grande, diversissime l’una dall’altra ma altrettanto leggere e delicate. L’arte d’aimer è l’ultimo lavoro del regista Emmanuel Mouret, acclamato in patria e con un certo successo anche in Italia. Si tratta di una commedia degli equivoci, a metà strada fra i lavori teatrali di Marivaux e le operette morali di rohmeriana memoria, che parte dalla ricerca di una musica perfetta che rifletta l’amore subitaneo (e dall’impossibilità di vivere quel momento) per delineare le storie di varie coppie viste in momenti di crisi latente o esplicita, e di altre coppie che invece si stanno formando. Film molto scritto, molto parlato, molto “recitato”, di marca puramente francese con attori celebri oltralpe e, a parte Arianne Ascaride (famosa per i lavori con Guediguian), poco noti all’estero e quindi anche in Italia: inevitabilmente, fa sorridere e a volte pure ridere, ma alla fine resta ben poco. Il formalismo della messa in scena lo rende poco piu’ che una gran prova attoriale (il cast si dev’essere divertito un mondo a recitarvi), ma la leggiadria del tocco ne rende possibile l’uscita in sala e anche un certo successo commerciale; dato che in Piazza il premio lo stabilisce il pubblico, potrebbe perfino aspirare alla vittoria, sebbene non sia finora la pellicola migliore della sezione, proprio per la capacità di ammiccare allo spettatore e di rappresentare situazioni in cui è facile riconoscersi. Da un punto di vista cinematografico, però, è poca cosa, a parte gli aspetti che abbiamo già avidenziato.
Di tutt’altro genere Terri, film in Concorso, dall’andamento tipicamente Sundance, con tutti i pregi e i difetti che questo comporta. La vicenda di un adolescente sovrappeso che vive con uno zio malato di Alzheimer e raggiunge ogni giorno la scuola, vestito in pigiama, attraverso un bosco, facendo poi amicizia con un altro ragazzino difficile e con la piu’ bella della classe, ha una delicatezza di tocco innegabile, che la salva dal divenire solo la rappresentazione di un disagio; ma tutto questo avviene soprattutto grazie alla superba interpretazione del personaggio del preside, che mette in atto John C. Reilly, sorta di padre putativo del giovane Terri: tutto il resto rimane sullo sfondo, come solo accennato, e se la vicenda sa disturbare e in qualche modo emozionare lo si deve solo alle scene in cui il ragazzo e il preside sono presenti. Per il resto (compresa lunga scena di disvelamento e crescita sessuale) molto è telefonato e senza scossoni.



