0
Cyril, dodicenne belga abbandonato dal padre in un orfanotrofio, è ossessionato dal ritrovare il genitore, che ha cambiato casa e telefono vendendo anche la bicicletta del figlio. Ottiene di essere affidato nei week end a una parrucchiera, Samantha, e insieme a lei riesce a rintracciare il padre, che lo tratta bruscamente e fa mostra di non volerlo intorno. La rabbia per il nuovo abbandono, non placata dal ritrovamento della propria bicicletta, lo avvicina pericolosamente a cattive compagnie…
Il cinema dei fratelli Dardenne può essere definito “realismo agghiacciante”. Non tanto per la rarefazione delle vicende o per una presunta freddezza della messinscena, quanto perché le storie che i cineasti belgi raccontano da 15 anni partono da un assunto reale, perfino banale se si vuole, per allargarsi verso un universalismo che mostra la difficoltà dei rapporti sociali, il disperato bisogno di affetto dei giovani e la mancanza di eticità della società occidentale.
E´ forse per questo motivo che fanno da sempre man bassa di premi a un festival come quello di Cannes, da sempre attento alle loro tematiche. I loro lavori però non sono assimilabili alla categoria, semplicistica ma efficace, dei “film da festival”, cioè quelle opere che hanno un senso se proiettate in sale colme di addetti ai lavori ma che oggettivamente faticano a trovare un pubblico: in maniera sotterranea, invece, essi hanno un fascino disturbante che avvicina anziché allontanare, riuscendo a commuovere ed emozionare per la forza delle tematiche e la straordinaria capacità di direzione degli attori.
Il ragazzo con la bicicletta prosegue nella falsariga della loro poetica, e per questo motivo potrebbe essere etichettato, non del tutto a torto, come film quasi manieristico. Lo salvano l´incredibile aderenza al ruolo del giovane Thomas Doret nel ruolo principale e della splendida Cecile De France in quello di Samantha, un uso sapiente (e, per una volta, inedito) delle musiche e un epilogo che somiglia a un lieto fine ma potrebbe essere l´inizio di un incubo. I dialoghi, precisi anche se funzionali al dipanarsi della vicenda, hanno l´astrattezza di una conversazione fra buoni vicini, e gli scenari mostrano desolanti interni piccolo borghesi e assolate strade sovraesposte.
Tutto ciò che ci si aspetta dai Dardenne è presente, eppure non annoia né infastidisce. Non è un film solo per fan, anche se indubbiamente bisogna essere pronti ad atmosfere plumbee per amare questo tipo di cinema. Che, peraltro, dimostra come sia essenziale, per costruire piccoli capolavori in sequenza, avere una storia da raccontare e sapere come farlo. Facile a dirsi, ma le cartucce troppo spesso vengno usate alla peggio; i due fratelli Dardenne, invece, come Eastwood (che fa un cinema agli antipodi, ma tutto sommato debitore dello stesso desiderio di realismo), non sbagliano un colpo, e sarebbe riduttivo un giudizio comparativo con i loro film precedenti. Basti sapere che anche quest´opera è un colpo al cuore. Più sfumato, forse, ma non per questo meno duro e accattivante. Da vedere.


