Bandito dal padre Odino per la sua arrogante irruenza, il giovane Thor, invincibile dio del tuono dal martello magico, viene catapultato dalla natìa e celeste Asgard fino al deserto del New Mexico, dove un´equipe sta svolgendo ricerche sugli strani annuvolamenti in corso. Qui, perduti i suoi superpoteri, sarà oggetto di concupiscenza della goffa ricercatrice Jane Foster, si renderà conto delle trame segrete che attentano all´integrità di Asgard (da cui giungono sulla Terra un gruppo di amici in suo aiuto, ma anche un robot distruttore per annientarlo) e proverà a tornare in patria per difendere i concittadini dalla vendetta dei malvagi abitanti del ghiacciato pianeta Jotunheim…
Se qualcuno, quindici anni fa, avesse scritto che Kenneth Branagh, sfarzoso cantore cinematografico dell´epica shakespeariana, avrebbe diretto un blockbuster tratto da un fumetto della Marvel, credo in molti si sarebbero messi a sghignazzare. Eppure, è quello che sta succedendo con Thor, la nuova megaproduzione Universal che presenta le avventure dell´ultimo “Avenger” (dopo I Fantastici 4, L’Uomo Ragno, X-Men, Iron Man) a transitare sul grande schermo. Bisogna ammettere che la trama delineata da A.E.Miller e Zack Stentz, che parte da alcuni episodi delle storie originali create da Stan Lee per giungere a territori nuovi, ha una struttura assai simile a una tragedia shakespeariana: legami di sangue complicati, odio-amore verso il padre, rapporti ambigui tra fratelli, invidia, vendetta, rivalsa sono temi cari al bardo inglese, che a Branagh non devono essere passati inosservati, tanto che la parte più convincente della pellicola è nettamente quella che si svolge nei mondi fantastici di Asgard e Jotunheim. Quando la situazione torna sul nostro pianeta, prende corpo perlatro un´ironia british che fa dimenticare le ultime, poco felici, sortite di Branagh, per riportarci invece nella spensieratezza di Molto rumore per nulla (aggiornato con spionaggi CIA, distruttori venuti da altri mondi e scene d´azione sotto la pioggia).
Da potenziale flop artistico a sfizioso divertissement di pregio, il passo è meno lungo di quel che appare. Grazie a uno script adeguato e a un nugolo di splendidi attori (Hopkins rende convincente uno statuario Odino, la Portman fresca di Oscar pare tornare la bambina di Leon e Stellan Skarsgaard riesce a creare una bellissima figura di scienziato spaesato), capitanati dallo scultoreo Chris Hemsworth, cui non si chiede altro che mostrare i muscoli e poco più, e dal volto interessante e carico di ambiguità di Tom Hiddleston nel ruolo del fratello Loki, il film scorre che è un piacere e la sua lunghezza non è mai eccessiva.
It´s only rock´n´roll, certo, ma è una goduria lasciarselo scivolare addosso. Da vedere, anche senza occhialini e sovrapprezzo 3D (presente solo nelle scene ultraterrene, e visibilmente posticcio), ricordandosi però di non lasciare la sala prima del termine dei lunghissimi titoli di coda, per visionare un interessante outtake dell´inevitabile secondo episodio, con un luciferino Samuel Jackson.


