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La fine è il mio inizio

Posted by Davide Verazzani | Posted in Cinema | Posted on 04-04-2011

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la fine e il mio inizio La fine è il mio inizioNella primavera del 2004, Tiziano Terzani, giornalista e saggista fiorentino, sente avvicinarsi la morte. Il tumore diagnosticatogli anni prima, e contro cui ha combattuto con ogni mezzo, trovando una nuova pace interiore in 3 anni di eremitaggio sull´Himalaya, sta avendo il sopravvento. Terzani chiama il figlio Folco nella propria casa a Orsigna, fra le colline pistoiesi, e comincia a raccontargli la sua vita. Ne nascono così 3 mesi di intenso scambio padre-figlio, conclusi con la morte di Terzani a fine luglio.

Se avessi dovuto immaginare un film tratto da un libro di Tiziano Terzani, non avrei potuto pensare a un regista non italiano; e invece, come ennesima dimostrazione dell´incapacità  del nostro paese di ricordare le figure eccelse, il primo film tratto da un suo libro viene diretto da un mestierante tedesco, Jo Baier, su commissione del produttore Ulrich Limmer, finora noto per aver scritto, 17 anni fa, la sceneggiatura di Babe maialino coraggioso.
Inoltre, l´ultimo libro cui avrei rivolto la mente sarebbe stato La fine è il mio inizio. Troppo statico, mi sarei detto, troppo teatrale, troppo riflessivo e chiuso in un soliloquio (seppur di livello eccelso). Molto meglio Un altro giro di giostra, con la riflessione sullo lo scontro fra due metodi di guarigione cui sottintendono modi diversi di vedere la vita, o Un indovino mi disse, spettacolare e curioso.
La visione del film ha confermato le perplessità  iniziali, purtroppo. Certamente, alla base c´è un´etica di sguardo e una purezza nell´avvicinarsi alla figura, gigantesca, di Terzani, cercando di riportare la verità  del suo essere; fa da garanzia a tutto ciò la sceneggiatura, firmata anche dal figlio Folco, e la scelta di girare il film proprio a Orsigna, nella casa dove Terzani visse gli ultimi anni della sua vita e morì. Quel che spesso manca, però, è la fluidità  del cinema; tanto è vero che le scene più riuscite sono quelle dove esplode il conflitto latente tra Folco e Tiziano (non deve essere stato semplice essere figlio di un simile padre…), dove Terzani smette i panni del guru laico per mostrare la sua nudità  di uomo sofferente, e dove padre e figlio passeggiano fra i boschi, ascendendo verso vette che non hanno la bellezza dell´Himalaya ma sanno essere riposanti e meditative. Tutte le conversazioni padre/figlio davanti a un registratore (più o meno metà  film), nonostante l´elevatezza del pensiero, non vanno oltre una staticità  da palcoscenico, cui nemmeno la recitazione misurata di Elio Germano e quella irruente di Bruno Ganz riescono a dare linfa vitale.
Non aiutano, inoltre, un doppiaggio piatto da soap opera e un´evidente povertà  di mezzi che obbliga a pochi voli pindarici. Nonostante la sincerità  di fondo del progetto, il risultato è poco interessante.

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