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Il gioiellino

Posted by Davide Verazzani | Posted in Cinema | Posted on 07-03-2011

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il gioiellino Il gioiellinoLa Leda, da piccolo salumificio di provincia è divenuta un´importante azienda agro-alimentare italiana; la gestione è però affidata al padre-padrone Amanzio Rastelli e ad un ristretto gruppo di manager provincialotti, fra cui spicca il direttore finanziario Ernesto Botta. La crescita mal gestita si trasforma in continua crisi di liquidità , e a nulla servono le acquisizioni furiose, le diversificazioni in campi estranei (calcio, turismo), la “finanza creativa”: la voragine si allarga, fino a inghiottire tutto e tutti…

Di Calisto Tanzi e della sua Parmalat vorrebbe parlare il nuovo film di Andrea Molaioli, tornato sugli schermi dopo l’inaspettato successo de La ragazza del lago. Di quel capitalismo di provincia, fatto di strette di mano, di passeggiate domenicali, di informalità  e pacche sulle spalle, ma che, dietro la facciata rassicurante, mostra crepe personali e familiari, incapacità  di visione strategica, mancanza di lucidità  nelle scelte, e nonostante questo si espone al gioco del panem et circenses con la stolida stupidità  del parvenu e l´insopportabile superbia dell´ignoranza.
Vorrebbe, ma non ci riesce. Per intrinseci problemi progettuali, ci sembra.
Per rappresentare tutto questo al cinema, oltre ai fatti (che a molti sono noti) occorrono innanzitutto i personaggi. Possono somigliare a mefistofelici Stavrogin o a titubanti Raskolnikov, oppure essere ben più miseri interpreti di un destino ineluttabile, ma hanno bisogno di una coerenza interiore che ne certifichi, paradossalmente, la confusione e l´arroganza. Questo manca quasi del tutto, nel film di Molaioli: il patron e il suo alter ego Botta si muovono a scatti fra le bolle speculative, a volte consapevoli del cupio dissolvi, a volte del tutto ignari e in buona fede; la nipote dimentica in fretta la laurea in Bocconi e lo stage in Morgan Stanley, per dichiararsi incapace di gestire un´agenzia di viaggi (per tacere dell´improbabile liaison con Botta); gli altri interpreti di contorno sono pallide figurine con poco spessore, cui spesso vengono attribuiti frasi, comportamenti o epiteti che li bloccano nella loro evoluzione di personaggio (e peccato per la figura del direttore commerciale, che rappresenta il “capitalismo buono” ma viene relegato a sentenziare o a guardare, pensoso, le bottiglie di latte prodotte in stabilimento).
Remo Girone e Toni Servillo (al solito, straordinari) e Sarah Felberbaum (ottima scoperta, ma con un sorriso così la ragazza può andare dappertutto) si impegnano parecchio nel tratteggiare il sottotono dei loro personaggi, e in larga misura ci riescono: il merito del mancato fallimento del film è tutto loro. Non di una sceneggiatura confusa e a volte perfino sconcertante (un esempio su tutti: la sequenza in cui Botta si accorge del “buco” di liquidità  vedendo che il figlio del capo si è regalato una Lamborghini). Non di una regia senza svolazzi, piatta e televisiva, che non sa innalzarsi dagli stilemi del “film di genere” per diventare un nuovo paradigma (come invece aveva fatto Sorrentino con Il divo, o come sapevano fare maestri della denuncia come Rosi e Petri). Non di un progetto sfuocato, che pone un´epigrafe sulle distorsioni della finanza creativa, quasi dimenticandosi che, con la crisi Parmalat (e di molte altre piccole realtà  del capitalismo di provincia italiano) questo c´entra solo in piccola misura.
Un film in larga parte sbagliato, quindi, ma forse per troppo coinvolgimento più che per incapacità  intrinseca. Attendiamo Molaioli alla fatidica terza prova; nel frattempo, se volete impegnare una serata per questo film fatelo solo per dare gloria al cinema italiano.

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