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127 ore

Posted by Tullio Di Francesco | Posted in Cinema | Posted on 26-02-2011

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127 ore 127 oreÈ l´aprile 2003 quando il ventiseienne Aron Ralston inforca mountain bike e necessario da trekking per trascorrere un weekend in solitaria nel selvaggio Canyonlands National Park dello Utah. Aron ancora non lo sa, ma ha un appuntamento con un macigno che, dalla notte dei tempi, attende quell´incontro con il giovane: un attimo, la caduta in un crepaccio e un braccio bloccato dal masso. Non avendo lasciato detto la meta, nessuno può correre in suo soccorso. Per salvarsi Aron ha solo un cellulare (senza campo), una videocamera, poca acqua e un coltellino svizzero. È con questo che, passate 127 ore di agonia e al limite della disidratazione, la soluzione si fa strada: rinunciare a una parte di sé…

Con scrupolo degna d´un grande d´altri tempi Danny Boyle non s´è lasciato montare la testa dagli otto premi Oscar vinti dal suo precedente The Millionaire e, sebbene gli fossero state fatte offerte da capogiro – non ultima il terzo episodio dello 007 con Daniel Craig –, ha preferito tornare dietro la macchina da presa con un piccolo progetto personale che vede in scena per la quasi totalità  della sua durata il solo protagonista, un James Franco a sua volta candidato all´Oscar per questa interpretazione, che mette il suo viso emaciato al servizio di una storia realmente accaduta e tratta da un libro scritto dallo stesso protagonista dell´episodio, evidentemente sopravvissuto.

Che Boyle fosse un regista “estremo” credo non fosse un segreto per nessuno, già  a giudicare da titoli d´esordio come Piccoli omicidi tra amici e Trainspotting. Che si stia parlando di un manierista che fa anche fin troppo affidamento al suo armamentario stilistico, credo che anche questo sia difficilmente confutabile. Potremmo iniziare col dire che proprio la sua penultima fatica così onusta di premi e sopravvalutata dimostra che a piacere, del regista, è proprio il suo stile estroverso, sincopato e rutilante. È come se Boyle, muovendo la cinepresa e giocando col montaggio, volesse continuamente dimostrare di essere il migliore della classe: non è un caso che i suoi lavori più equilibrati e riusciti siano probabilmente proprio quelli in cui, come 28 giorni dopo e Sunshine, le rigide griglie del genere lo hanno costretto a disciplinarsi.

È innegabile anche in questo 127 ore. L´intima tragedia di Aron Ralston è tutta esibita con giochi di splitscreen, montaggio sincopato e alternanza di formati, in cui non mancano le felici intuizioni (le allucinazioni del protagonista), ma che non riesce mai a raggiungere quella dimensione umanamente ontologica che c´era invece in Into the Wild, altro recente film che mette l´uomo delle metropoli contemporanee di fronte alla wilderness. Come conseguenza non riusciamo mai a identificarci nel dramma del protagonista, e anche il terribile climax finale da horror contemporaneo finisce per diventare un semplice effetto voyeuristico. Non sappiamo quanto questa trasposizione abbia soddisfatto il vero Ralston né quanto l´interpretazione di James Franco potrà  colpire i membri dell´Academy, ma in Boyle batte un cuore “tecnico” che, innegabilmente, mal si adatta a vicende come questa.

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