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La 17enne Ree è costretta a cercare il padre, misteriosamente scomparso dopo aver impegnato la casa di famiglia per pagarsi la cauzione e uscire di prigione, per evitare di vedersi pignorata l´abitazione dove accudisce la madre catatonica, il fratellino e la sorellina. Comincia un viaggio all´interno delle regole dei clan che abitano un luogo sperduto e inospitale nelle montagne gelide del Missouri…
Il secondo film di Debra Granik ha fatto incetta di premi e critiche favorevoli nei festival più cool del mondo: miglior sceneggiatura e gran premio della Giuria al Sundance (dove il precedente lavoro, Down to the bone, nel 2004 aveva già vinto il premio per la regia), primo premio assoluto al recente Torino Film Festival, una partecipazione non passata inosservata al Forum della Berlinale nel 2010. Ora è candidato all´Oscar in quattro categorie, fra cui quella per il miglior film.
Il successo di critica non è peregrino, data la capacità della Granik di dare corpo alle atmosfere dark del romanzo di provenienza, scritto da Daniel Woodrell e edito in Italia da Fanucci (casa editrice, non a caso, specializzata in horror). La discesa agli inferi dell´adolescente Ree è un susseguirsi di incontri orribili, in cui sembra rappresentarsi lo scontro fra la ricerca della verità e le antiche leggi tribali, una sorta di Antigone moderna che si sublima con un tuffo non metaforico nella acque ghiacciate di un lago in cui il legame fra passato e presente diviene esplicito.
I personaggi descritti fanno parte di un universo pastorale che richiama alla lontana Un tranquillo week end di paura, ma la cui rappresentazione è decisamente virata verso l´orrore; è lo stesso motivo del viaggio a renderla tale, ed è la naturalezza con cui si compiono gli atti più efferati e abbruttiti (donne sottomesse, uomini che sopravvivono con droga e violenza, capanne fatiscenti, automobili enormi e old style) a sottolinearla di continuo.
Quel che manca alla pellicola è un ritmo meno sonnacchioso, che riesca ad appassionare davvero alle vicende. Ma è una critica tutto sommato secondaria, dinanzi alla capacità della Granik di affrontare una materia tanto turgida in un modo sobrio e distaccato. Certo, in mano a un Egoyan questa vicenda sarebbe divenuta un capolavoro, ma ci si può accontentare. Anche perché la recitazione della giovanissima Jennifer Lawrence (una sorta di giovine Zellweger con molta verità e ambiguità in più) e, soprattutto, di John Hawkes (che dà alla figura dello zio un che di diamantemente luciferino, degno della vittoria dell´Oscar a fine febbraio), oltre a un inquietante uso della musica popolare hillbilly, che sottolinea i passaggi più drammatici con accordi maggiori anti-retorici, donano il vero plus alla pellicola.
Non è un capolavoro assoluto, intendiamoci. Ma un film da vedere, questo sì. Freddo come il panorama di questi ultimi giorni d´inverno.



E’ vero, non è un capolavoro e in certi momenti rallenta un po’ troppo col rischio di annacquare l’attenzione dello spettatore. Ma la raffigurazione di questa America interna, interiore, ferina è eccezionale. E’ vero, c’è qualcosa del film di Boorman, e la Lawrence, dopo The Burning Plain, trovo sia ormai lanciatissima.