La nota giornalista televisiva francese Marie Lelay è travolta da uno tsunami mentre è in vacanza in una località balneare esotica. Scampa per miracolo alla morte, ma fa in tempo a vivere un assaggio di quello che è l´aldilà . Prima che l´evento mandi a rotoli la sua vita professionale e sentimentale, decide di scrivere un libro sul complotto medico-scientifico che nega i casi di pre-morte. Marcus, un ragazzino londinese che vive a rischio di assistenza sociale a causa della madre tossicodipendente, perde il fratello gemello in un incidente. Da quel momento inizia un pellegrinaggio tra medium e ciarlatani per mettersi in contatto con la sua anima. Negli Stati Uniti George Lonegan nasconde il suo dramma in una vita anonima da operaio: la sua dote naturale di sensitivo non gli permette di entrare in contatto con le persone senza risvegliare i fantasmi che si nascondono dietro di loro. Le strade di questi tre personaggi sono destinate a incrociarsi…
Avvertenze per l´uso: Hereafter, l´ultimo lavoro dell´ottantenne Clint Eastwood, non è un thriller parapsicologico come ci si poteva aspettare dal lancio pubblicitario che ce l´ha venduto per tale, o in base ai trascorsi di un regista che è stato sempre fondamentalmente di genere. Ma è piuttosto un dramma metafisico da attribuire alla penna di Peter Morgan, sceneggiatore inglese sulla breccia grazie agli script di Frost/Nixon di Ron Howard e The Queen di Stephen Frears, e autore anche di titoli come L´altra donna del re, L´ultimo re di Scozia e Il maledetto United. Ciò per dire che ci pare non ci sia nulla di più distante tra la vena autoriale da cinema europeo dello stile di Morgan e la classica regia americana diretta come un proiettile di un cineasta che si confessa epigono di Don Siegel e Sergio Leone. È tutta qui la motivazione del fallimento di un progetto che poteva essere interessante sulla carta, ma rivelatosi improbabile, lento e discontinuo una volta terminato. Lento e discontinuo nel seguire il filo di tre destini che si fatica a capire cosa abbiano in comune e che rimangono slegati per un buon tre quarti della pellicola, improbabile nella risoluzione di una love story tra differenti classi lavoratrici che è più difficile mandar giù dell´aldilà di cui sopra (soprattutto tenendo conto che il protagonista Matt Damon recita in uno stato di catatonia che lo fa sembrare più fantasma dei fantasmi veri). Probabilmente nemmeno Iàñarritu si sarebbe spinto a tanto.
E il carattere derivativo della pellicola si vede perfino in alcuni dei momenti più splendidi di regia. Come nella sequenza dello tsunami iniziale, surreale e iperrealista allo stesso tempo, ma che potrebbe benissimo essere stata girata da registi come Christopher Nolan o M. Night Shyamalan. Né si può stemperare la delusione di fronte al flash forward finale, che per trovarne un altro altrettanto bello e rivelatore di un amore sincero bisogna tornare a quello tra il ladro Doc McCoy appena uscito di prigione e la moglie in Getaway di Sam Peckinpah. Troppo poco per accontentarsi, anche nel caso del grande Clint Eastwood.


