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Il mio nome è Khan

Posted by Tullio Di Francesco | Posted in Cinema | Posted on 30-11-2010

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il mio nome e khan Il mio nome è KhanIl mio nome è Khan e non sono un terrorista. È quello che vorrebbe dire il protagonista di questa storia, indo-musulmano, al presidente degli Stati Uniti Bush Jr. all´indomani dell´attentato alle Twin Towers. Ma qual è la molla che lo spinge a un viaggio simile, lui che tra l´altro è affetto da sindrome di Asperger, un disturbo pervasivo dello sviluppo considerato una forma lieve di autismo, e che quindi, proprio per questo, a suo modo è un genio? È solo l´inizio di un lungo flashback che ci accompagna nell´epopea di questo innocente idiot savant e che ci illustra come Khan trovi, perda e poi recuperi l´amore della bella Mandira, madre single di religione induista trapiantata a San Francisco…

Che i pilastri del mondo economico siano scossi fino alle fondamenta, con un Occidente ex opulento sempre più in crisi e un ex Terzo Mondo che detta legge alle major hollywoodiane, è testimoniato anche (e soprattutto) dal mirabolante lancio di questa produzione indo-statunitense, che nonostante l´ambientazione americana batte cuore, bandiera e mente decisamente e totalmente bollywoodiani. Noi del Belpaese, abituati a vedere tali titoli al sabato in seconda serata con scelte dettate da una logica misteriosa che ci propina pellicole anonime e ci nasconde film leggendari, non dovremmo dimenticarci che, saltuariamente, nei nostri cinema sbarca qualcuno di questi esemplari. Ci aveva provato nel 2001 Lagaan con la sua simpatica ribalderia. Di ben altra pasta, ci riprova ora questo Il mio nome è Khan, che tenta di sdoganare un divo stellare della cinematografia hindi come Shah Rukh Khan, ma che, temiamo, dalle nostre parti ai più non dirà  nulla.

E allora perché appassionarsi a questo attore dalla faccia legnosetta e un po´ antipatica, impegnato in una storia che, come già  detto, si pone a cavallo tra Rain Man e Forrest Gump; in quell´empireo dove i “diversamente abili” hanno sempre qualcosa di geniale che li eleva di una spanna rispetto ai “normodotati”; che ritrae un mondo manicheo dove, prima dell´11 settembre, tutti sono buoni e sembrano usciti dalle pubblicità  dei prodotti famigliari e, dopo, chiunque si rivela un gran bastardo senza possibilità  d´appello; e che, intriso com´è di buonismo e di improbabile semplicioneria, mai potrà  aspirare alla cinica ironia del film di Zemeckis? Il già  dubbio esempio di The Millionaire rappresentava se non altro un caso di ibridazione di stili e linguaggi, ma Karan Johar (il regista) non assomiglia nemmeno di striscio a Danny Boyle. Il mio nome è Khan, che lo si pronunci con l´epiglottide o senza, si rivela perciò nient´altro che uno stucchevole esercizio di moraleggiante moralismo, capace da solo di affossare qualsiasi tentativo di attecchimento di una cinematografia da noi ancora poco conosciuta.

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