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The social network

Posted by Davide Verazzani | Posted in Cinema | Posted on 12-11-2010

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the social network The social networkVita, successi e solitudine di Mark Zuckerberg, creatore di Facebook, il più giovane multimilionario del mondo secondo i calcoli delle riviste economiche americane, visti attraverso i due processi intentatigli dall´ex amico e socio Eduardo Saverin (creatore del primo algoritmo da cui nacque il social network più famoso del mondo) e dai fratelli Winckelvoss, che lo accusarono di aver soffiato loro l´idea.

E´ vero, l´idea iniziale non è originale: il film si basa infatti sul libro di Ben Mezrich Miliardari per caso, diventato un bestseller nel corso del 2009, che delinea a tinte fosche il backstage dell´idea più di successo degli ultimi anni. Ma il regista David Fincher non si è voluto fermare al gossip o a una banale critica, magari un po´ invidiosa, dei successi di questo giovanissimo genio: ha arruolato lo sceneggiatore Aaron Sorkin (uno che sa il fatto suo, basta andarsi a rileggere gli script di Codice d´onore, Il presidente e La guerra di Charlie Wilson), ha scelto una regia di bassissimo impatto e ha deciso di far risaltare dai dialoghi, dai movimenti del corpo, dalla recitazione le virtù (poche) e i vizi (molti) dei personaggi. Il risultato è sorprendente, un film dalla doppia lettura; da un lato un blockbuster divertente e incalzante quasi come una slapstick comedy di altri tempi, dall´altro una lettura impietosa dei mali della new economy. I nuovi genietti dell´informatica hanno gli stessi peccati originali dei tycoon di fine Ottocento: bramosia di potere, ossessione per la vittoria, desiderio di denaro, menefreghismo e opportunismo vengono sciorinati al ritmo dei “bit” di cui si compongono i codici dell´invenzione che ha stravolto in pochi anni l´esistenza di 500 milioni di esseri umani. E se Sean Parker (un mefistefolico Justin Timberlake, in gran spolvero), creatore di Napster che manipola il giovane inventore di Facebook, sembra uscito direttamente da un romanzo di Bret Easton Ellis, Zuckerberg ha la caratura morale di un mafiosetto sbruffone, nerd nel fondo dell´anima, consapevole della propria geniale diversità  ma perennemente incapace di relazionarsi con il mondo anche quando ha raggiunto fama e successo. Eppure (e qui sta la genialità  di Fincher) a uscirne visivamente malconci sono Saverin e i Wincklevoss; il primo, tentennante e pavido anche quando decide di far causa all´ex amico; i secondi, stupidamente attaccati a tradizioni ottuagenarie che li renderanno perennemente secondi nella vita, oltreché oggetto degli incredibili sberleffi del rettore di Harvard (“Qui la gente non viene per trovare lavoro, ma per inventarsene uno!” è la frase che sussurra loro, quasi un manifesto di un mondo irrimediabilmente cambiato). Per quanto possano sembrarci odiosi i comportamenti di Zuckerberg, la sua abulica distrazione verso un materialismo d´altri tempi ci fa quasi compassione, e le sue risposte pungenti ma sempre precise alle domande degli “adulti”, appartenenti alla categoria dei “vecchi capi” (siano essi i professori, i bancari, gli avvocati, i giudici), ci strappano in più di una occasione il sorriso compiacente. Il male ci circonda, e ha il viso invitante dello schermo di un computer da cui puoi diminuire i 6 gradi di separazione con un semplice clic: inutile battersi, molto meglio gestirlo.
Un film di grande effetto, da non perdere.
P.S.: mai coinvolto nella realizzazione della pellicola, Zuckerberg ha affittato una mega sala cinematografica per “invitare” alla visione in anteprima del film tutti i suoi dipendenti a Palo Alto, senza essere presente in sala. Furba manipolazione del consenso, uso spregiudicato del “purchè se ne parli”, unita a misantropia elevata a life system o anche solo malinconica deviazione sociale: in ogni caso, genialità .

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