Una storia dannatamente vera. Valerie Plame è una moglie e madre brava e bella che riesce a gestire la famiglia con il lavoro di impiegata, come tutti credono. O no? Perché, in realtà , Valerie è un´agente di collegamento della CIA impegnata a infiltrare spie negli scenari più scottanti della politica internazionale. E siamo all´indomani dell´invasione in Iraq. Proprio per confermare la teoria governativa sull´armamentario nucleare iracheno, la donna raccomanda e invia il marito Joe Wilson, ambasciatore in pensione, per un´indagine sul luogo. Costui scopre che il fatto non sussiste e pubblica i suoi risultati sul New York Times. Da quel momento la coppia è sottoposta a una delegittimante campagna mediatica che isola il giornalista e “brucia” l´identità della donna. La soluzione sarebbe denunciare e contrattaccare, ma Valerie è pur sempre vincolata alla segretezza. Cosa che, presto, rischia di sgretolare la famiglia…
Risulta quantomeno curioso che sia Doug Liman che Paul Greengrass, registi della trilogia dell´agente Bourne, arrivino quasi insieme a realizzare un film sull´invasione dell´Iraq e sul truffaldino coinvolgimento del governo statunitense. Dei due, Green Zone di Greengrass è quello che perde ai punti, magari perfetto dal punto di vista tecnico ma con una “vetusta” impostazione progressista, convinta che basti un´e-mail di denuncia (“è la stampa, bellezza”) per raddrizzare i torti del mondo (per cortesia, rivedersi Redacted di De Palma per una spietata e precisa disamina del disorientamento epistemologico di fronte alla proliferazione orizzontale e opinabile delle notizie della Rete). Liman, invece, parte dalla tradizione liberal del cinema di denuncia anni Settanta e dei complotti governativi per agganciarsi agli attuali titoli riportati in auge proprio dalla politica estera americana. Come in Leoni per agnelli – del liberal Redford – il problema diventa giustamente pedagogico e la domanda viene rivolta alle ignare giovani generazioni. Non è più questione se il complotto c´è o meno (come in Green Zone): quello è scontato; ma denunciare l´ignavia e l´imbarbarimento che sta dietro alla deriva democratica dei padri che non riescono a insegnare ai figli che il grande retaggio dei nonni va coltivato e perseguito.
Ciò detto, Fair Game non brilla particolarmente per doti o invenzioni registiche e pare affidarsi alle sole interpretazioni dei due pezzi da novanta Sean Penn e Naomi Watts: genitori e cittadini esemplari, attori e professionisti maiuscoli. Molto di più non sembra esserci.


