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Paul Conroy si risveglia rinchiuso in una bara sepolta chissà dove. Prima di cadere in un´imboscata, faceva l´autista per un´azienda di vettovagliamenti in Iraq. Ora ha un´ora e mezza per uscire dalla cassa prima di consumare tutta l´aria. Sepolti con lui ci sono: un accendino, un cellulare mezzo scarico, una matita, una torcia malfunzionante, alcune barre fluorescenti. Riuscirà Paul nel suo intento?
Hollywood e il filone del cinema mainstream, si diceva, stanno sempre più mostrando la corda. A ribadire quanto detto, arriva ora sui nostri schermi il film più chiacchierato e atteso del momento assieme a Inception, diretto, guarda caso, da uno che sembra aver poco a che fare con la mecca del cinema: Rodrigo Cortés. Giovane cineasta già premiato ma solamente al suo secondo lungometraggio, Cortés – certo con un vezzo di superbia – non ha nascosto la filiazione del suo Buried rispetto al cinema di Alfred Hitchcock, e già i titoli di testa – tra Herrmann e Bass – sono lì a dimostrarlo. Ma si intende l´Hitchcock più sperimentalmente ardito, quello del piano-sequenza “uncut” di Nodo alla gola, del punto di vista obbligato di La finestra sul cortile, della location inevitabilmente vincolata di Prigionieri dell´oceano. E su di essi il giovane epigono ha costruito il suo film-sequenza: unità di personaggi, luogo e tempo senza analessi né prolessi. Poco più di un´ora e mezza tutta concentrata sul volto e i gemiti del jamestewartiano Ryan Reynolds, che interpreta Paul e che, fortunatamente, non sembra soffrire della claustrofobia dell´attore protagonista di Omicidio a luci rosse di Brian De Palma (altro noto “copiatore” di Hitchcock).
Il gran parlare e il passaparola che nella rete si fa della pellicola dimostrano che l´inconscia ansia per la tafofobia rischia di trasformarla in un blockbuster, prima, e un classico, poi. Rimane comunque il dubbio – come succede anche in parte per il già citato Inception – che, nel caso di questi film-meccanismo, la trovata iniziale finisca per mangiarsi tutte le implicazioni della storia e la progressione psicologica dei protagonisti. Così, dopo il primo momento di spiazzamento, il prosieguo non riesce mai a raggiungere picchi adrenalinici, e anche il beffardo finale – spropositatamente indicato come un capolavoro dagli strilli delle locandine – non fa che riattualizzare quanto diceva lo stesso Hitchcock nella sua intervista a Truffaut su come avesse sbagliato a concludere in modo tale la sequenza dell´involontario bambino-kamikaze nel suo Sabotaggio. Un piccolo ripasso male non farebbe. Nemmeno a Cortés.


