Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti
Posted by Marco Cavalleri | Posted in Cinema | Posted on 12-10-2010
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Ormai vicino alla morte per una grave insufficienza renale, lo zio Boonmee decide di ritirarsi nell’azienda di campagna di famiglia in compagnia delle persone più care, la cognata Jen e il nipote Tong. Inaspettati riappaiono la moglie Huay, morta vent’anni prima, e il figlio Boonsong, scomparso da quindici anni nella foresta e ormai diventato un uomo scimmia. Quasi a spingerlo verso una misteriosa caverna nella giungla dove, riconciliato, affronterà il suo destino, non senza aver cominciato a ricordare l’eterno ciclo della metempsicosi…
Apichatpong Weerasethakul – giuro che è il suo nome – è soprattutto un videoartista, protagonista di non poche installazioni in giro per il mondo. Capita che si dia al cinema, e il curriculum – per quanto sporadico – è di tutto rispetto: quattro film presentati tra Cannes e Venezia e tre premi, tra cui la Palma d’Oro per questo Lo zio Boonmee che ricorda le vite precedenti all’ultimo Festival di Cannes. Vera gloria? Onestamente, da verificare. Verifica che non riguarda tanto la resa meramente cinematografica in quanto tale – indubbiamente potente e radicalmente diversa da quanto siamo abituati a vedere, tanto da far dire a un entusiasta Barbera in giuria a Cannes di essersi trovato davanti a una pellicola che, come Avatar seppure in modo totalmente diverso, sposta la visione più in là – quanto sulla tenuta filmica del tutto. Chè, almeno per noi affezionati alle sceneggiature di ferro e alla consequenzialità logica degli eventi, latita alquanto – e talvolta, il che non è titolo di merito, sembra farlo volutamente. Certo, un cinema fatto di associazioni di idee, di narrazione libera, di assonanze più che di conseguenze ha piena cittadinanza: ma lo sappiamo almeno dai tempi del primo Resnais o del Godard della fine dei ’60. Che però, nel bene e nel male, avevano l’ambizione di parlare a tutti – intendendo magari per quel tutti un pubblico minimo ma trasversale ed universale, capace di apprezzare ad ogni latitudine e longitudine. Qui, invece, sembra che la nicchia – un pubblico arty, mediamente avvertito, mediamente intellettuale (intellettualistico?) sia scelta di campo, rivendicazione di uno status d’Autore con la maiuscola perseguito a prescindere, che fa della povertà di linguaggio (macchina fissa, ritmo per lo più catatonico, immagini che fagocitano il plot) arma vagamente ricattatoria nei confronti dello spettatore: che o capisce o non era all’altezza. Tanto da rivendicare la differenza culturale (è cinema thailandese, quindi diverso a prescindere)come plusvalore. Ma Kurosawa o Ozu o Ray, per dire di autentici maestri lato sensu esotici, non ne avevano mai avuto bisogno. Resta un film diverso, affascinante in molte sequenze, da vedere. Ma il capolavoro resta meramente annunciato.


