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Gorbaciof

Posted by Marco Cavalleri | Posted in Cinema | Posted on 10-10-2010

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gorbaciof GorbaciofMarino Pacileo, detto Gorbaciof per una vistosa voglia sulla fronte, è il cassiere del carcere di Poggioreale. Integerrimo, se non fosse per il vizio del gioco che lo spinge a sottrarre denaro pur di partecipare alle partite a poker che si tengono nel retrobottega di un ristorante cinese. Di solito vincendo. Ma quando il suo proprietario va troppo sotto decide di aiutarlo, se non altro per impedire che il pagamento riguardi le grazie della giovane figlia Lila di cui è invaghito. Peccato che la fortuna stia iniziando a girare…

Il gioco di parole è fin troppo facile, e chiedo scusa in anticipo: ma Gorbaciof – settima fatica di Stefano Incerti, presentato fuori concorso a ll’ultima Mostra di Venezia – ottiene risultati in linea col cognome dell’autore. Che covava il progetto da almeno sei anni, si è avvalso della collaborazione in sceneggiatura della penna non banale di Diego de Silva (qualcuno ricorderà  almeno Certi bambini, gran bel libro e discreto film) salvo poi rivederlo completamente – parole sue – e alla fine propone un film tanto interessante quanto irrisolto. Interessante, perché è raro nel cinema italiano assistere a una tal rarefazione di azione e dialoghi, a una scarnificazione così insistita della vicenda criminale a tutto vantaggio delle atmosfere d’ambiente e del coté sentimentale, in una direzione che sembra puntare al cinema orientale o addirittura al magistero melvilliano. Irrisolto perché la strada non è perseguita fino in fondo, quasi che il regista (e sceneggiatore, per cui non si può che ascrivergliene i demeriti) temesse di non essere all’altezza della chiave prescelta. Per cui innesta nella vicenda – che avrebbe potuto essere condotta in tutt’altro modo – una improbabile e stridente riproposizione del noir all’americana, addirittura puntando al capolavoro di De Palma Carlito’s way di cui sono riproposte non poche sequenze e situazioni. I risultati ovviamente non possono essere all’altezza: e, quando un finale peraltro annunciato non si perita di citare Pulp Fiction, lo spettatore mediamente avvertito può solo soffrirne. Dovendo sintetizzare una pellicola a mezzo, di quelle che si dimenticano poco dopo l’uscita dal cinema e che, se si ricordano, lo fanno più con perplessità  che con favore. E, purtroppo, stavolta anche Toni Servillo – comunque una maschera memorabile, ben al di là  degli altri attori coinvolti – lavora più di mestiere e gigioneria che di autentico coinvolgimento. Certo, nel cinema italiano odierno ci sta. Ma non è un gran credito.

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