Venezia 67 – Vénus noire
Posted by Ludovica Gazzè | Posted in Cinema, Venezia 2010 | Posted on 08-09-2010
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La storia della Venere Ottentotta, arrivata dal Sudafrica e fatta esibire prima a Londra e poi a Parigi come una selvaggia rarità per la plebe e come un interessante oggetto scientifico per gli studenti di medicina è tristemente famosa. Il corpo di Sarah Baartman è così particolare da distinguerla anche dalla comune razza negra, ma, a differenza di quello bianco e magro delle modelle odierne, il suo diventa una prigione.
Abdellatif Kechiche torna a Venezia dopo aver conquistato il Gran premio della Giuria con La Graine et le mulet qualche anno fa. Ancora una volta, come dopo L´esquive, questo che è già riuscito a cucirsi addosso l´appellativo di grande regista, cambia totalmente registro e ci stupisce.
Siamo lontani dalle moderne periferie francesi, anche se non quanto sembra a prima vista. Siamo nel 1810, è vero, ma nei sobborghi dove ci si stordisce d´alcol per dimenticare la miseria e la totale assenza di vie d´uscita. E anche quando ne usciamo, per visitare salotti mondani dove Sarah riscuote lo stesso successo che nelle bettole, l´atmosfera non cambia di molto.
A tratti potrebbe sembrare che Kechiche esageri la depravazione. La dissolutezza regna sovrana e nessuno si salva. Ma d´altronde nessuno ha salvato Sarah, e la violenza fisica e morale che la Venere Ottentotta ha dovuto subire non è nemmeno paragonabile a quel poco d´angoscia che lo spettatore prova nel guardare il film.
Kechiche ci sottopone la stessa routine a cui era sottoposta Sarah, ed è proprio quest´abitudine a trasformarla in tortura anche per lo spettatore. Il regista non ha pietà , come non l´avevano gli aguzzini della Venere Nera. Indugia con la telecamera sui particolari fisici della donna, così come sottolinea ogni gradino nella sua discesa verso l´inferno con scene chiave. Il film, così come lo spettacolo della selvaggia africana, non è per anime sensibili. Ed è proprio questo, l´assenza di compassione, a risultare efficace. Il film non si piange addosso, racconta. Solo in questa maniera Kechiche riesce a evitare di usare Sarah come hanno invece fatto tutti coloro che l´hanno incontrata in vita.
Eppure, al di là della bellezza in sé del film, indiscutibile, la storia della Venere venuta da lontano rimane un mezzo. Kechiche, infatti, continua a parlarci di immigrazione, seppure in maniera molto diversa dai precedenti lavori. Sarah è una diversa, e come tale priva di qualsiasi dignità . L´unico conforto lo trova da persone del suo stesso colore, in vita come nella morte. Noialtri, in qualche modo, ne siamo fuori.
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