Pietro e Francesco sono fratelli. Vivono nella casa lasciata loro dai genitori, morti da tempo. Pietro è leggermente ritardato, cammina e ragiona lentamente, ma ha un lavoro (distribuisce volantini) e mantiene sé e il fratello. Francesco invece è un tossico, non lavora e frequenta il bar dove staziona la compagnia di Nikiniki, il suo pusher, davanti a cui fa esibire il fratello in numeri da cabaret. Pietro conosce una ragazza che fa il suo stesso lavoro, forse qualcosa sta per cambiare nella sua vita, ma la spirale di squallore e violenza in cui è inserito non smette di tormentarlo. E allora c´è una sola cosa da fare…
Arrivato al suo terzo lungometraggio, dopo i fortunati (per la critica, un po´ meno per il botteghino, ma si sa come vanno le cose nel nostro Paese…) I nostri anni e Nemmeno il destino, e dopo una serie di traversie infinite che ne stavano pregiudicando lo sviluppo della carriera, Daniele Gaglianone raffina il suo sguardo e, se possibile, lo rende ancora piu´ radicale. La vicenda di Piertro e Francesco è l´emblema di questi anni tormentati, in cui per esistere bisogna solo gridare più forte degli altri; per avere un rapporto bisogna trovarne le ragioni e conoscere il passato dell´altro (non basta stare bene con qualcuno, no: bisogna scavare, analizzare, verificare; e stiamo certi che qualcosa che non va bene lo troveremo); per dire basta alla violenza tocca essere violenti, a nostra volta. Il mondo di Pietro e´ fatto di emarginazione, di disadattamento, di disuguaglianza: il fratello lo fa esibire davanti ai suoi amici, il datore di lavoro lo tratta male, ogni sguardo e´ una possibile minaccia. Eppure, Pietro e´ un essere umano come gli altri, e il suo desiderio di comunicare e´ tenero e commovente. La conclusione, scioccante e violenta, sembra porre una pietra tombale sulla possibilita´ di redenzione di una societa´ in cui la voglia di conoscersi e di costruire qualcosa e´ stata definitivamente sostituita dalla logica della sopraffazione.
Sbaglierebbe però chi pensasse che il film di Gaglianone sia solo il ritratto di una periferia, marcia fin che si vuole ma in fin dei conti non rappresentativa: Pietro grida la sua angoscia addosso a tutti noi, che abbiamo lasciato lacerare il tessuto sociale in cui siamo cresciuti, che abbiamo fatto vincere l´edonismo sguaiato sulla solidarietà e la comprensione, che vogliamo solo vincere senza interessarci di partecipare. E´ la storia di un´Italia definitivamente tramontata, quella che si vede nella pellicola; ed è con un brivido che si parteggia per Pietro, quasi lo si applaude, anche in un finale in cui i codici comportamentali vengono ribaltati. Siamo davvero fatti così, allora? Abbiamo davvero definitivamente saltato il fosso che ci separa dalle belve feroci?
Pietro è´ un film duro, difficile anche nella sua costruzione, diviso com´e´ in brevi capitoli che disarticolano la storia senza peraltro distorcerla. E´ un film necessario e bellissimo, stoltamente dimenticato dalla giuria di Locarno (dove avrebbe meritato almeno un premio), interpretato con immensa attinenza e grande bravura da un duo di cabarettisti (proprio cosi´ !), Pietro Casella e Francesco Lattarulo, prodotto dalla lungimiranza di Gianluca Arcopinto e di un gruppo di amici che amano il cinema vero. Un film che avra´ i suoi problemi di distribuzione in Italia, semi-massacrato da un´uscita prevista, sotto l´egida Lucky Red, il 20 agosto. Un film da non perdere, per nessun motivo.


