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C´e´ un´Italia capace, studiosa, geniale, che si perde nei meandri della propria intelligenza ma che e´ in grado di sfornare capolavori, di precorrere mode, di essere alla pari con i numeri uno. E c´e´ un´Italia cialtrona, ipocrita e moralista, che fa dell´ignoranza sbandierata e della retorica pomposa il suo marchio di fabbrica, e che impedisce al Paese di crescere oltre a farsi ridere dietro dagli stranieri. E´ questa seconda Italia quella che troppo spesso vince, che sta imperando come modello sociale ancor prima che polàtico. Ma quando vediamo qualcuno che rappresenta il primo tipo di Italia, il cuore ci si apre e la rabbia covata sfocia in un´indignazione talmente forte che vien quasi voglia di urlare. E´ l´Italia di Tony Scott, che ci viene raccontata con perizia calligrafica da Franco Maresco in un documentario di oltre due ore, presente a Locarno nella sezione dei Fuori Concorso.
Antonio Sciacca, nato negli anni ´20 a New York, figlio di un emigrato siciliano di Salemi, comincia a studiare il clarinetto ancora adolescente, e ben presto ne diviene un virtuoso fino a suonare nei combo jazz piu´ celebri degli anni ´40 e ‘50. E´ qui che diventa Tony Scott, il miglior clarinettista del mondo per 7 anni di fila, tra il ´53 e il ´59. Poi, i viaggi alla scoperta di nuove culture musicali, l´intuizione di una contaminazione di generi ,fra jazz e musiche popolari giapponesi e orientali, fino all´incisione di un album di musica per meditazioni zen nel 1965 : praticamente, un´anticipazione incredibile della new age e della world music, 30 anni prima che questi termini diventassero di moda. Poi il ritiro in Italia, dove dagli anni ´70 in poi lavora spesso in RAI e suona furiose jam session nei maggiori locali di Milano e Roma, ma viene pian piano dimenticato e abbandonato anche a causa dei suoi comportamenti poco ortodossi (ma poteva forse essere normale, uno che dava del tu a Dizzy Gillespie e Charlie Parker, scopriva Bill Evans, dirigeva l´orchestra di Billie Holiday, di cui forse era anche l´amante segreto, e intanto creava la musica di « Banana boat » ?). Un genio, non c´e´ dubbio. Folle e maledetto come solo un genio sa essere, e quindi destinato a essere incompreso dai mediocri di successo che popolano la cultura italiana da generazioni. Maresco racconta a suo modo la vita di una leggenda misconosciuta, condensando 4 anni di lavoro intensissimo in centinaia di interviste, spezzoni di repertorio scovati chissa´ dove, momenti di pura delizia, contrappuntati da una voce fuori campo stentorea e provocatoriamente pomposa. Non sempre l´operazione e´ a fuoco (l´inserimento di Berlusconi come causa del decadimento culturale dal ´94 a oggi e´ un´entrata a gamba tesa che strappa la risata ma rischia di sortire l´effetto contrario: fra i milioni di colpe dell´imprenditore di Arcore c´e´ “solo” quello di aver continuato un declino iniziato decenni prima, non certo quello di averlo cominciato), e a volte c´e´ un certo compiacimento nel mostrare le stranezze del “genio” per contrapporle alla sicurezze borghesi di chi sta fra le righe senza uscirne mai, ma la sincerita´ della denuncia di un baratro sull´orlo del quale siamo, grazie all´insana incapacita´ delle istituzioni, culturali e non, alla catastrofe sociale in cui viviamo, all´imbecillita´ assurta a stile di vita e di potere, ha una forza sua propria che conferisce una dignita´ assoluta all´operazione. Inoltre, anche solo a livello filologico, un simile documentario ha una completezza fuori dall´ordinario, in grado di farlo piacere sia agli amanti del jazz (per i quali Tony Scott e´ un punto di riferimento) sia a chi pensa che Charlie Parker sia l´inventore della penna stilografica. Non sappiamo se uscira´ sugli schermi: la produzione e´ Rai Cinema, ma non ci fideremmo granche´ di chi distribuisce cultura in questo paese sfortunato e decide quindi, a priori, quel che e´ il caso di farsi conoscere oppure no. Un passaggio su Rai3, magari a tarda notte, e´ in ogni caso garantito: non perdetevelo per nulla al mondo.


