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Eran Riklis torna sul “luogo del delitto”. Fu proprio il Festival di Locarno a dare una scossa forte alla sua carriera, decretandogli il Premio del Pubblico per La sposa siriana, nel 2004. E in Piazza il regista isrealiano ritorna con un film dal titolo, The human resources manager, che potrebbe apparire bizzarro perche´ sembrerebbe di argomento vagamente “aziendale”. Nulla di tutto questo, invece. Riklis segue il responsabile del personale del piu´ importante panificio industriale di Gerusalemme, una cui dipendente, di origini rumene, e´ fra le vittime di un attentato suicida nel centro citta´. Il manager, per tacitare una campagna diffamatoria di un tabloid nei confronti del panificio, viene costretto dai suoi capi ad accompagnare la salma della ragazza nel suo luogo di provenienza.
I toni della commedia sono da sempre presenti nei film di Riklis, ed e´ innegabile la sua capacita´ di mescolare temi elevati, spesso derivanti dalle incomprensioni fra israeliani e palestinesi, con gag che sciolgono la tensione. Con il film premiato nel 2004 aveva raggiunto il culmine, con il successivo Il giardino di limoni si era mantenuto in una dignitosa zona media, pur scontando l´ingenuita´ di un assunto quasi improponibile. Ora esagera davvero, alterando la serieta´ dell´assunto (l´impossibilita´ di trovare la pace, perfino da morti; la spersonalizzazione del capitalismo selvaggio; lo scandalismo provocatorio e pericoloso di certo giornalismo) con i toni picareschi di un road movie che scade nel grottesco e nell´assurdo, fino a un finale consolatorio e fasullo. Una commediola di basso ordine, niente piu´, con qualche momento divertente, un´ottima prova di attori (come sempre, Riklis si dimostra abile nella scelta del cast e nella sua direzione), ma di esilita´ quasi sconcertante.
In Concorso e´ stato invece presentato il secondo film rumeno (a testimonianza della vitalita´ di questa cinematografia), Periferic di Bogdan George Apetri. Un film che narra la vicenda di una giovane carcerata che ottiene un giorno di liberta´ per il funerale della madre, ma che in realta´ ha organizzato una fuga via nave con il figlioletto (che va a recuperare in un orfanotrofio dove lo ha ficcato il padre, una sorta di viscido magnaccia che gestisce un albergo). Apetri possiede un tocco interessante nell´inquadratura, sempre mobile e precisa, e nel fotografare il disfacimento di un mondo in frantumi attraverso una sorta di liquefazione personale (il caldo che appiccica i vestiti, il sole accecante) da cui si vorrebbe uscire con una sorta di redenzione notturna con un viaggio in treno e un´alba sul Mar Nero, verso una nuova speranza (che scopriremo essere, anche stavolta, fasulla). Ma il suo film pecca di una sceneggiatura prevedibile, di personaggi stereotipati e situazioni “telefonate”, di una verita´ che vorrebbe essere pulsante ma che e´ solo un simulacro, per giunta nemmeno ben fatto. E´ per questo che e´ forte la delusione all´uscita della sala, nonostante aver visto all´opera Anna Ularu, un volto intensissimo di cui sentiremo presto parlare.


