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La nuova direzione presa dal Festival porta gli spettatori in luoghi sorprendenti: dale steppe del Kirghizistan ai deserti degli Stati Uniti, dalla piccola storia di un elettricista che voleva preservare la purezza della sua cittadina alla truculenta vicenda di uno pneumatico killer (si´, proprio cosi´!) che si innamora di una splendida ragazza intravista mentre fa la doccia.
Il primo film, Svet-ake (in italiano, Il ladro di luce) ha la poesia del silenzio e la purezza del volto antico di Aktan Arym Kubat, regista, sceneggiatore, protagonista. Gia´ presentato con successo alla Quinzaine di Cannes nel maggio scorso, e inserito a Locarno nella sezione Piazza Grande, Svet-Ake ha un sapore di semplicita´ naive che sa diventare sconvolgente profondita´, nel tratteggiare personaggi marginali eppure talmente moderni : siamo in uno sperduto paesino di un´ex repubblica sovietica, ma il pericolo che un magnate in odore di mafia possa giungere, comprare le terre e farsi eleggere democraticamente attraverso la paura e il miraggio di facili guadagni (ogni riferimento, nostro, alla realta´ italiana odierna e´ del tutto voluto…) e´ la metafora di un mondo malato, che ha smesso di coltivare i rapporti umani e sa solo mercificare qualsiasi cosa. I volti del protagonista e degli attori hanno il fascino della verita´, e le immagini scorrono garbate ma altrettanto forti, con punte di toccante poesia (la piccola figlia che sporca la finestra con la calce, e poi nello specchio a fianco si ravvia i capelli, indice di un passaggio dall’infanzia all’adolescenza), e contrappuntate da musiche di struggente meraviglia, curate da Andre Mathias ma con forte attinenza alle radici culturali del folklore locale.
Il secondo film, anch´esso nella sezione Piazza Grande, e´ il francese (ma ambientato nel deserto californiano) Rubber. Al di la´ dell´idea geniale che sta alla base, cioe´ di una continua contaminazione metalinguistica tra chi fa il film e chi lo vede (all´inizio, vediamo un gruppo di spettatori riuniti nel deserto che osservano con binocoli quello che ci appare essere un film, ma che sta accadendo in realta´ davanti ai loro occhi, anche se l´apparente realta´ e´ davvero finzione, almeno fintantoche’ gli spettatori rimangono vivi…), al di la´ dell presenza della nuova, ennesima, stellina del cinema francese, la Roxane Mesquida vista bambina in Marie baie des anges ed ora specializzata in ruoli borderline (la ricordiamo protagonista del film di Gregg Araki a Cannes), e al di la´ della scelta di un protagonista quantomeno bizzarro, cioe´ uno pneumatico killer in grado di rotolare autonomamente e di staccare la testa a animali e uomini con la forza del pensiero, rimane davvero ben poco. Dopo una prima mezz´ora divertente e, in qualche misura, interessante anche come riflessione filosofica sul significato stesso del cinema, il film si arrotola su se stesso e diventa un b-movie nemmeno troppo avvincente. Come dice un attore guardando in macchina nei primi minuti, un film senza alcuna ragione. E forse non sarebbe neppure il caso di parlarne troppo, quindi.


