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Pesca nel torbido, il Festival di Locarno iniziato solo il 4 agosto e giunto alla sua 63esima edizione. Nell´ordine, una storia di passione ipnotica, al limite della violenza, un porno-zombie-gay movie (il primo della storia del cinema, riteniamo) e un melodramma su incesto e clonazione. E i risultati, come purtroppo troppo spesso accade quando si intrecciano elementi tanto difficili da riprodurre e raccontare, non e´ proprio all´altezza delle aspettative.
Au fond de bois e‘ stato scelto dal nuovo direttore artistico Olivier Pere (ex golden boy della Quinzaine di Cannes) per aprire il Festival in Piazza Grande. Il suo regista e´ Benoit Jacquot, uno che da 30 anni si fregia del titolo di “autore” e che nella sua carriera ha declinato tale capacita´ mostrandone i lati piu´ creativi e le pecche piu´ autoreferenziali e terribilmente piu´ “francesi” del termine. Il film, che narra il rapporto violento tra una ragazza e un giovane semi-selvaggio nell´800 francese, ha i suoi pregi nella fisicita´ dei personaggi (notevoli i protagonisti Isild Le Besco e Nahuel Perez Biscayard) e nel loro coinvolgimento emotivo, ma sconta i limiti di una narrazione intellettualistica che e´ troppo debitrice della psicologia lacaniana di riferimento, e il cui risultato e´ una deludente sequela di scene madri.
L.A.Zombie, del canadese Bruce LaBruce, e´ nient´altro che un divertissement trucissimo che sposta ancora piu´ in alto, se possible, l´asticella dello splatter e del politicamente scorretto. Regista di film porno omosex, LaBruce narra la vicenda di uno zombie (o forse no?) che rianima cadaveri attraverso inguardabili pratiche sessuali in una Los Angeles spettrale, per poi finire lui stesso in una fossa. Da prendere per quel che e´, un compitino per amici della stessa tendenza, incredibilmente in concorso (pour epater le bourgeois, monsieur Pere?)
Womb, anch´esso in concorso, ha pretese piu´ elevate. Narrando la vicenda di una donna che torna su un´isola del Nord Europa, ritrova il suo amore di bambina, lo perde quasi subito in un incidente d´auto e se lo fa clonare nell´utero per averlo per sempre con se´ e rivederlo crescere fino a diventare il bel ragazzo che era, l´ungherese regista e sceneggiatore Benedek Fliegauf tenta di rappresentare i dilemmi morali di questi tempi tormentati, fra desiderio di possesso eterno e confine dell´etica scientifica. Il compito e´ arduo, pero´, e, nonostante la volenterosa recitazione di Eva Green, il film si perde in silenzi ponderosi e in panorami struggenti, fino a strappare persino qualche involontaria risata.
Da segnalare, invece, sempre in Concorso, il rumeno Morgen, dell´esordiente Marian Crisan (che ha gia´ all´attivo un premio a Cannes con il suo primo cortometraggio del 2008, Megatron). La storia della guardia giurata Nelu, che “pesca” con il suo sidecar alla frontiera con l´Ungheria un profugo turco con cui e´ incapace di comunicare e lo porta alla sua fattoria, proteggendolo dalle incursioni dei truci poliziotti di dogana, ha una naivete di sapore antico. L´intelligente decisione di non doppiare le parole del turco, che dunque risultano incomprensibili anche agli spettatori, crea un effetto straniante che amplifica il messaggio di fratellanza del film; con pochi e semplici tratti, Crisan crea una novella morale elegante e simpatica, di umorismo trattenuto e profondita´ non banale, che potrebbe anche portarsi a casa qualche premio.
La notevole e istintiva interpretazione di Jeanne Balibar non salva del tutto il tedesco Im Alter von Ellen (anch´esso in concorso), esordio dell´apolide Pia Marais, che racconta la vicenda di una hostess che, in fuga da una vita grigia e insoddisfacente, si imbatte in un gruppo di ambientalisti radicali, crede di aver trovato un rifugio ma torna a scappare fino a giungere in Africa, dove, forse, capisce che per trovare se stessa non si puo´ mai fermare. Il film ha una tensione continua, crescente, e ha il pregio di non mostrare mai personaggi positive, ma anzi di inanellare una sequela di protagonisti ognuno a suo modo fastidioso; ma la vicenda sbanda di continuo, fino a impantanarsi in una banale ricerca d´amore e conforto che crediamo non fosse nelle mire iniziali della regista.


