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Allontanato dall’esercito per presunte molestie, l’insoddisfatto Lars si avvicina per caso a un gruppo neonazista. Di cui condivide per larga parte idee e metodi d’azione, tanto da sembrare avviato a una rapida carriera all’interno del movimento. Ma Lars è omosessuale: e quando nasce un rapporto con il suo mentore Jimmy le cose non possono che precipitare…
Brotherhood – Fratellanza, opera prima del danese di chiarissime origini italiane Nicolò Donato, ha trionfato all’ultima Festa del Cinema di Roma. Premio forse un po’ generoso, visto che i difetti non mancano: ma indubbiamente merita una segnalazione e – in tempi di magra come quelli cinematografici estivi – anche la visita. Se non altro per l’approccio “fenomenico” e non declamatorio a un tema come quello della risorgenza del neonazismo europeo (qui siamo in Danimarca, ma potremmo essere ovunque) trattato poco e spesso in maniera banalmente predicatoria. Cogliendo e illustrando con precisione come certi fenomeni siano frutto di un’insoddisfazione trasversale, e come la chiave di lettura del successo di certi movimenti consista nel senso di appartenenza offerta a membri altrimenti esclusi ( o autoesclusi) dal corpo sociale più vasto. E, fin qui, tanto di cappello al regista, che mette in scena il tutto con una macchina a mano nervosissima e spesso fuori fuoco, quasi a voler indicare anche a livello stilistico l’urgenza del tema. Regista che però è anche sceneggiatore: e qui qualche distinguo è inevitabile. Perché, pur nell’intento lodevole di dare forza alla parabola, lo script finisce per rifugiarsi in situazioni e svolte non sempre felicissime, corteggiando il mélo ma senza la forza necessaria ad accettarne completamente le potenzialità spudorate ma – dato il tema – eversive: e il finale, con un generico richiamo all’inevitabilità del male contrastato unicamente dalla forza dell’amore, vorrebbe forse rimandare a Fassbinder ma sbanda nello stereotipo
per non dire nello scontato. Interessante comunque: ma l’impressione è che si potesse dire e fare di più.


