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Benjamin Esposito, ex assistente pubblico ministero del tribunale di Buenos Aires, una volta in pensione decide di scrivere un romanzo. Il tema è un brutale caso di stupro ed omicidio, risolto ma mai chiuso a causa dell’avvento al potere dei generali. La scrittura sarà occasione non solo per ripercorrere le fila del caso, ma di riflettere sui nodi irrisolti della sua vita, tra cui l’amore per la ex superiore Irene…
Ci sono premi che nuocciono, tanto di più quanto più sono importanti. E’ il caso de Il segreto dei suoi occhi, Oscar per il miglior film straniero del 2010. Che si confrontava con due capolavori come Il nastro bianco e Il profeta: nei confronti dei quali esce irrimediabilmente battuto. Il che non impedisce di riconoscergli delle qualità . Campanella (suo Il figlio della sposa, passato anche da queste parti e nomination agli Oscar 2002) non ha certamente la statura di un Haneke o di un Audiard, ma bisogna riconoscergli una precisa idea di cinema: quella di partire da storie sentimentali per parlare anche d’altro. Di molto altro, come in questo caso. Che, focalizzando la trama sull’amore impossibile tra Benjamin e Irene – impossibile per censo, per istruzione, in una parola per differenza di classe – finisce con l’illustrare meglio di molti altre pellicole espressamente dedicate al tema la tragedia argentina, dove il regime militare compì le peggiori nefandezze in nome di una presunta lotta ai sovversivi ( e quanto fosse presunta viene spiegato benissimo, seppure per tocchi lquasi impressionistici). Lasciando un paese, come rivela il colpo di scena finale, diviso per sempre tra vittime e carnefici, al limite con mero ribaltamento dei ruoli. Il tutto, per quanto possa sembrare incredibile, con grande leggerezza, frequentando un po’ tutti i generi – dal thriller al poliziesco, non trascurando commedia e melodramma – e con una regia capace di qualche momento efficacissimo per stile (il piano-sequenza dell’inseguimento allo stadio) e per costruzione narrativa (l’interrogatorio del colpevole, la scena in ascensore). Aggiungiamoci una bella sceneggiatura e ottimi interpreti, tra cui giganteggia un Ricardo Darìn che si conferma autentica bete au cìnema, e il quadro è completo – e decisamente soddisfacente. Forse un po’ poco per giustificare un Oscar negato ai due titoli prima citati. Ma sicuramente abbastanza per farne un buon film. Distribuzione permettendo, da vedere.


