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Un padre e un figlio camminano verso il Sud degli Stati Uniti, attraverso uno scenario apocalittico, alla ricerca di cibo e compagni di sventura. Qualcosa di terribile è accaduto al loro paese, scosso in continuazione dai terremoti, bruciato dagli incendi e ormai quasi disabitato. I pochi sopravvissuti si dividono in buoni e cattivi, e non ci si può fidare di nessuno. I buoni sono straziati tra istinto di sopravvivenza e paura di finire in pasto (e non solo metaforicamente) a chi si è lasciato alle spalle ogni scrupolo…
Ogni romanzo di Cormac McCarthy si porta con sé la difficoltà di tradurre in immagini sensibili la miriade di tematiche che lo rendono denso e pregno di significato (e che hanno assurto l´autore statunitense a bandiera di un nuovo modo di narrare l´assurdità contemporanea). Ecco perché quelle pagine vanno maneggiate con cura, possibilmente entrando nella loro presunta follia, come hanno magistralmente fatto i Cohen con Non è un paese per vecchi, senza porsi troppe domande, anzi accettandone il mistero solenne. James Hillcoat ha grana troppo grossa per accorgersi che sta camminando in territori così perigliosi, e quindi confeziona un film che va avanti per 100 minuti quasi per forza di inerzia, non riuscendo a utilizzare, in termini drammaturgici, nemmeno gli sparuti incontri della coppia padre-figlio: alcuni cacciatori, un vecchio, una famiglia abbruttita dalle sofferenze non fanno progredire i personaggi, che ritroviamo al termine del film più o meno nella medesima situazione dell´inizio. Nemmeno i flashback ci dicono molto, se non che il cataclisma è stato un evento improvviso: la figura della moglie/madre, che sceglie un suicidio programmatico anziché l´abbruttimento, è sfocata in ricordi debolissimi e non assurge a pietra di paragone per il presente.
Il tema principale ci sembra essere la contrapposizione tra una vecchia umanità , rancorosa, violenta, tesa solo alla sopravvivenza a breve termine, e una nuova umanità , colma di amore e rispetto verso il prossimo, simboleggiata dal Fuoco prometeico che il padre conserva solo nell´accendino e il figlio, invece, è pronto a donare agli altri, aprendo il suo cuore. L´andamento epico e dolente, quasi tolstojano, del racconto per immagini, con una nuova religiosità pagana e decisamente pre-cattolica che sembra poter nascere dalla fine della razza umana così come l´abbiamo conosciuta, cozza contro un finale di rara banalità , che rinnova invece il mondo con le consuetudini piccolo-borghesi di un passato che non può più ritornare.
Il peso simbolico dei personaggi incontrati lungo la strada, sottolineato dalle parole scarne e piene di significato che hanno scambiato con i protagonisti, cade in un istante, e si resta attoniti a chiedersi il perché di una simile rappresentazione. Se il senso del viaggio è la salvezza, per come ce l´hanno mostrata essa non può essere il reiterarsi di convenzioni del passato: l´ultima immagine sembra allora essere quasi un tentativo di tranquillizzare lo spettatore medio del fatto che l´Uomo, pur nella sua distruttività , non può dimenticare di essere il costruttore di una civiltà . Un concetto buono per chi è abituato a sgranocchiare popcorn nei multisala, ma che ribalta del tutto il senso del film (un po´ come succedeva nel finale di Io sono leggenda, significativamente dissimile dal libro di Matheson), oltre a farci sentire vagamente presi in giro.
Nonostante la scenografia accurata e davvero impressionante e le buone prove di Viggo Mortensen e Charlize Theron, un film dal risultato poco convincente.
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