Cosa voglio di più
Anna lavora in un ufficio ed è da tanti anni la compagna di Alessio, un uomo buono e gentile. E’ brava nel suo lavoro, ed è in apparenza una donna felice e appagata. Domenico lavora sottopagato per un’azienda di catering, è sposato con Miriam e ha due figli piccoli. E’ bravo nel suo lavoro, ma ha grossi problemi economici e non è felice. Anna e Domenico si incontrano. Per caso, come sempre accade. E scoppia una passione dirompente, che li costringerà a mettersi di fronte allo specchio delle proprie vite e a compiere scelte finalmente definitive.
L’analisi della chimica dei sentimenti è da sempre la cifra stilistica del cinema di Silvio Soldini. Anche in un film apparentemente lieve e sorridente come Pane e tulipani (il suo maggiore successo commerciale), anche in un film più smaccatamente “politico” come Giorni e nuvole, l’amore, se non la passione vera e propria, era al centro dell’intreccio. Il regista milanese si trova a suo agio nel descrivere la complessità dei rapporti, le ipocrisie che si instaurano in una coppia fino a minarne l’esistenza, e sa unire la sociologia microscopica con la disamina sociale del mondo che ruota intorno ai suoi protagonisti. La materia fiammeggiante che ha a disposizione in questo suo ultimo lavoro è dunque tipica del suo modo di fare cinema. Eppure, qualcosa non quadra. Non tanto per il lavoro degli attori, stupendi esempi di quanto la cinematografia italiana non debba invidiare nulla a nessuno: Pierfrancesco Favino e Alba Rohrwacher, alle prese con i ruoli forse più difficili della loro carriera, superano alla grande gli ostacoli di una materia turgida per donarci attimi di rara verità. Non tanto nemmeno per un problema di sceneggiatura, perfetta quanto un manuale stampato, e nemmeno per una scarsa qualità di regia, che torna dopo 20 anni nella Milano da cui tutto è iniziato a documentare lo sfascio di una città che avrebbe potuto essere bellissima se solo lo avesse davvero voluto. Forse il problema è che tutti questi elementi non si amalgamano, non formano un film ma solo una serie concatenata di scene esangui. I personaggi risultano banalizzati, quasi cartoline da rivista pseudo-sciologica; i luoghi della vicenda (la periferia dei casermoni, il centro città degli uffici, i motel della passione squallida) somigliano a fondali teatrali, sono senza anima, non brillano; il legame fra la precarietà della vita, vero mostruoso Moloch del XXI secolo, e quella dei sentimenti è solo abbozzato, resta in disparte rispetto ai corpi che si cercano con bramosia, alla banalità di una vita posticcia, subita più che voluta. Non c’è nulla che non va, ma il tradimento di Anna e Domenico, via via che scorrono i minuti (e sono quasi 130, una lunghezza perfino inedita per un film italiano), somiglia troppo ai pruriginosi gossip che si raccontano fra amici durante una pizza e una birra, senza assurgere, con un colpo di coda, a emblema di una situazione dell’anima. E allora resta poco, al termine della pellicola, oltre alla sensazione di avere intravisto dal buco della serratura la crisi di due normalissime coppie; troppo normali per risultare paradigmatiche.
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Commento
1.
Cristina scrive il 12 Maggio 2010 alle 16:46
Ciao Davide, bel commento che condivido …
E aggiungo che non abbiamo certo assistito nemmeno ad una buona interpretazione del mitico Favino … l’ho trovato un pò forzato …poco convincente ecco
Battiston rimane un colosso, che attore!
Cristina