Cosa voglio di più
Posted by Davide Verazzani | Posted in Berlino 2010, Cinema | Posted on 01-05-2010
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Anna lavora in un ufficio ed è da tanti anni la compagna di Alessio, un uomo buono e gentile. E´ brava nel suo lavoro, ed è in apparenza una donna felice e appagata. Domenico lavora sottopagato per un´azienda di catering, è sposato con Miriam e ha due figli piccoli. E´ bravo nel suo lavoro, ma ha grossi problemi economici e non è felice. Anna e Domenico si incontrano. Per caso, come sempre accade. E scoppia una passione dirompente, che li costringerà a mettersi di fronte allo specchio delle proprie vite e a compiere scelte finalmente definitive.
L´analisi della chimica dei sentimenti è da sempre la cifra stilistica del cinema di Silvio Soldini. Anche in un film apparentemente lieve e sorridente come Pane e tulipani (il suo maggiore successo commerciale), anche in un film più smaccatamente “politico” come Giorni e nuvole, l´amore, se non la passione vera e propria, era al centro dell´intreccio. Il regista milanese si trova a suo agio nel descrivere la complessità dei rapporti, le ipocrisie che si instaurano in una coppia fino a minarne l´esistenza, e sa unire la sociologia microscopica con la disamina sociale del mondo che ruota intorno ai suoi protagonisti. La materia fiammeggiante che ha a disposizione in questo suo ultimo lavoro è dunque tipica del suo modo di fare cinema. Eppure, qualcosa non quadra. Non tanto per il lavoro degli attori, stupendi esempi di quanto la cinematografia italiana non debba invidiare nulla a nessuno: Pierfrancesco Favino e Alba Rohrwacher, alle prese con i ruoli forse più difficili della loro carriera, superano alla grande gli ostacoli di una materia turgida per donarci attimi di rara verità . Non tanto nemmeno per un problema di sceneggiatura, perfetta quanto un manuale stampato, e nemmeno per una scarsa qualità di regia, che torna dopo 20 anni nella Milano da cui tutto è iniziato a documentare lo sfascio di una città che avrebbe potuto essere bellissima se solo lo avesse davvero voluto. Forse il problema è che tutti questi elementi non si amalgamano, non formano un film ma solo una serie concatenata di scene esangui. I personaggi risultano banalizzati, quasi cartoline da rivista pseudo-sciologica; i luoghi della vicenda (la periferia dei casermoni, il centro città degli uffici, i motel della passione squallida) somigliano a fondali teatrali, sono senza anima, non brillano; il legame fra la precarietà della vita, vero mostruoso Moloch del XXI secolo, e quella dei sentimenti è solo abbozzato, resta in disparte rispetto ai corpi che si cercano con bramosia, alla banalità di una vita posticcia, subita più che voluta. Non c´è nulla che non va, ma il tradimento di Anna e Domenico, via via che scorrono i minuti (e sono quasi 130, una lunghezza perfino inedita per un film italiano), somiglia troppo ai pruriginosi gossip che si raccontano fra amici durante una pizza e una birra, senza assurgere, con un colpo di coda, a emblema di una situazione dell´anima. E allora resta poco, al termine della pellicola, oltre alla sensazione di avere intravisto dal buco della serratura la crisi di due normalissime coppie; troppo normali per risultare paradigmatiche.
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Ciao Davide, bel commento che condivido …
E aggiungo che non abbiamo certo assistito nemmeno ad una buona interpretazione del mitico Favino … l’ho trovato un pò forzato …poco convincente ecco
Battiston rimane un colosso, che attore!
Cristina