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L’uomo nell’ombra

Posted by Davide Verazzani | Posted in Berlino 2010, Cinema | Posted on 12-04-2010

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luomo nellombra Luomo nellombraDopo la morte per annegamento del suo fido aiutante, l´ex premier britannico Adam Lang si trova costretto a sostituire il “ghost writer” che lo aiuterà  a scrivere la sua autobiografia, per cui una casa editrice americana ha sborsato un patrimonio in diritti d´autore. La scelta cade su un anonimo scrittore inglese, che raggiunge Lang in un´isola al largo degli Stati Uniti, dove l´uomo politico sta svolgendo un tour per raccogliere fondi per la sua fondazione. Ma la situazione cambia improvvisamente: Lang viene accusato di crimini di guerra per aver fatto rapire e torturare alcuni presunti terroristi islamici sul territorio inglese durante il conflitto in Iraq, la moglie di Lang è in preda allo sconforto per le accuse e per la presenza sfrontata dell´amante del marito, e anche la morte del primo scrittore non è così cristallina come appare…

Lo scrittore è un fantasma (come ci suggerisce il titolo originale del film, The ghost writer, didascalico ma ben più efficace dell´ambigua traduzione italiana), senza nome e personalità , inserito in una vicenda più grande di lui. Ce lo suggerisce Polanski a ogni piè sospinto: quando schiaccia il povero Ewan McGregor (ottima interpretazione la sua) negli interni del villone affittato da Lang (un Pierce Brosnan dallo sguardo efficacemente stolido, come da copione), colmi di scale ripide, porte semichiuse che si aprono senza bussare, un buio ossessivo con vigilantes occhiuti e silenziosi; o quando lo inserisce al centro di inquadrature solitarie in non-luoghi senza volto (un traghetto, un pub, la reception di un albergo) o in scene di team, tutti seduti e lui in piedi quasi a chiedere scusa per la sua presenza. Lo scrittore siamo noi, una popolazione rincretinita dalle notizie dei tg, create ad arte per distoglierci dalla verità  (e quando si vuole cambiare canale, troviamo solo una stupida e violenta partita di hockey); un popolo bue, che si muove in base a stilemi retorici, quasi sempre orchestrati nelle stanze dei bottoni con fini machiavellici e cinici: abbatte il tiranno, quando fa comodo a qualcun altro, e lo osanna se accade un fatto drammatico che lo immortala. E´ buio pesto l´universo che Polanski tratteggia grazie al romanzo scritto da Richard Harris (che co-firma insieme al regista la sceneggiatura); un´oscurità  cui forse non è estranea la vicenda personale di Polanski stesso, che si sente un perseguitato, da “quel” fattaccio degli anni ´70 che gli costa l´ostracismo americano, e non perde la voglia di rinfacciare agli Stati Uniti la loro ignobile ipocrisia. Un nero interiore che fa brillare alcune scene di un film ancorato allo stile hitchcokiano, asciutto e teso come una corda di violino ma assai spesso esangue e senza troppa anima, come fosse un adeguato compitino: gli interni della villa di Lang, i volti ambigui dei collaboratori dell´ex premier, il viaggio dello scrittore sulla terraferma alla ricerca della soluzione del mistero, e una scena finale (ahimè, non rivelabile) che è un puro e meraviglioso esercizio di stile.
Questa filosofia di fondo, e le immagini che ne scaturiscono, fanno senz´altro meritare la visione, oltre che il premio che la giuria di Berlino ha dato al film per la regia. Non gli giovano, invece, una sceneggiatura tagliata con l´accetta, pregna di frasi fatte e scontri verbali che rimangono a mezz´aria; così come è sfocata la figura del protagonista, un “noi” a volte gioviale e presuntuoso senza motivo, con una personalità  troppo spesso cangiante e motivazioni personali che male si attagliano al desiderio di conoscere le motivazioni reali della morte del suo predecessore. Errori, questi, che Hitchcock certamente non avrebbe commesso.

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