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Dopo che l’orchestra di cui fa parte come violoncellista viene sciolta, Daigo decide di trasferirsi insieme alla moglie nella prefettura di Yamagata di cui è originario. In cerca di un lavoro, viene attratto da un annuncio sul giornale che sembra parlare di un’agenzia di viaggi. In effetti, di un viaggio si tratta, ma dell’ultimo: l’ impresa si occupa infatti, come scopre esterrefatto, della preparazione cerimoniale dei cadaveri prima della cremazione. Comprensibilmente riluttante, Daigo si lascia convincere dal proprietario Saski a provare: scoprirà di avere un talento speciale per la cosa. Ma non è facile fare un lavoro del genere agli occhi della comunità e degli affetti più cari…
Departures è stata la sorpresa degli Oscar 2009, vincendo come miglior film straniero in una categoria che sembrava sicuramente destinata a veder trionfare La classe di Cantet. Ovvio che, almeno a livello cinefilo, ci fosse attesa per il confronto: confronto rimandato di un anno per problemi distributivi. Ne è comunque valsa la pena: pur continuando a considerare la pellicola francese complessivamente migliore, siamo di fronte a un bel risultato.
Scegliendo di toccare un tema universale e difficile come il rapporto tra defunti e sopravvissuti, il regista Takita (nome poco noto da queste parti, ma in Giappone onusto di premi e incassi: speriamo sia l’occasione per recuperare qualche altro titolo) correva due rischi antitetici: scivolare nel grottesco o, per converso, nel patetismo. Riesce ad evitare entrambi grazie a una bella sceneggiatura e ad una regia lieve ma mai impersonale, tracciando le coordinate di un racconto di formazione e crescita vuoi collettiva – la cerchia del protagonista, dapprima orripilata dalla sua scelta, finirà per comprendere la necessità di quel lavoro – quanto e soprattutto individuale. Fin lì indeciso a tutto, frustrato dalla propria mancanza di talento e dominato dal rapporto conflittuale con il ricordo di un padre che l’aveva abbandonato all’età di sei anni, a contatto con la morte Daigo riuscirà a capire il valore della vita. Fatta di delusioni, contrasti, amarezze: ma anche di affetti, piccoli piaceri (la riscoperta della bellezza di far musica), riconciliazioni. E il commiato dai defunti ne fa parte integrante, memento inevitabile del futuro ma anche occasione per ritrovarli – e ritrovarsi. Il tutto affidato a un simbolismo magari facile (il trascorrere delle stagioni, con l’inverno punto di massimo conflitto e primavera che segna la rinascita)ma non corrivo, a una delicatezza di tocco che da linguistica si fa tematica, a una capacità di trasmettere emozioni – dal riso, nonostante il tema, all’autentica commozione – rare nel cinema contemporaneo. E la resa degli attori, dal protagonista Masashiro Motoki all’impagabile e laconico capo dell’agenzia Tsutomu Yamazaki – è di quelle che non si scordano. Magari una lieve potatura del metraggio e qualche sottolineatura in meno ne avrebbero fatto un capolavoro: resta un film da vedere, e non è poco.


