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Il profeta

Posted by Marco Cavalleri | Posted in Cinema | Posted on 17-03-2010

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profeta Il profetaMalik El Djebena entra in carcere per scontare sei anni. Il suo sembra un futuro predestinato: giovanissimo, senza soldi e analfabeta, dovrebbe semplicemente soccombere alle leggi non scritte ma ferree della prigione, incarnate dall’ergastolano corso César che non a caso lo mette subito di fronte alla scelta di uccidere e diventare così un suo protetto o essere ucciso. Ma Malik ha dalla sua l’intelligenza e la volontà  di non essere una mera vittima. E, tra un sopruso e l’altro, impara a leggere ed a scrivere, a capire e parlare il dialetto corso, a porsi come tramite con i reclusi nordafricani da cui era stato in un primo momento emarginato. Ottenuta la semi – libertà , è ormai pronto per emanciparsi in un modo che César non può nemmeno sospettare…

A questo punto dovrebbe essere chiaro, ma nel caso dichiariamolo: il cinema francese – ma anche il cinema in quanto tale – ha trovato un nuovo Autore di quelli con la maiuscola. Trattasi di Jacques Audiard, il cui unico difetto è quello di aver fin qui fatto pochi film – cinque a partire dal 1994 – ma tutti in continua crescita, espressiva e di significato. Qui trova probabilmente – dopo il già  notevolissimo (e, almeno dalle nostre parti, purtroppo sottovalutatissimo Tutti i battiti del mio cuore) il suo capolavoro. Lo annunciano la messe di premi raccolti per ogni dove – dai nove César alla candidatura all’Oscar fino al Gran Premio della Giuria allo scorso Festival di Cannes – e lo conferma la visione, per uno dei pochi film davvero imperdibili della stagione. Riaffermandone tra l’altro lo status di grande narratore di “romanzi di formazione”. Lo erano Sulle mie labbra e Tutti i battiti del mio cuore: lo è questa sua ultima fatica, rispetto ai precedenti ulteriormente raffinata e completa. Romanzo di formazione come sempre declinato in noir, qui con l’aggiunta del filone carcerario dello stesso. Filone seguito in apparenza pedissequamente, in realtà  ribaltato pazientemente e con sapienza dall’interno per un romanzo criminale con un paradossale – e per certi aspetti irridente – lieto fine. Per il sottoproletariato di cui Malik (un eccezionale Tahar Rahim, non a caso premiato come miglior attore a livello europeo: non è difficile pronosticargli una carriera da sicuro protagonista del cinema d’Oltralpe) fa parte, anche il crimine può essere un mezzo di crescita e affermazione di sé. L’importante è imparare, fosse anche ad essere un criminale: e non a caso l’ uscita dal carcere è accompagnata, oltre che dalle macchine a scorta del nuovo boss e da una possibile futura compagna, dalle note del Mackie Messer di brechtiana memoria. Se non è nato il profeta del titolo italiano, è certo nato UN profeta, come meglio diceva il titolo originale: profeta di una nuovo modo di intendere la delinquenza ma anche, nemmeno tanto paradossalmente, di una possibile integrazione fosse anche al livello zero della criminalità . In mezzo grandi attori (difficile dimenticarsi il sanguinario César di Arestrup), grande ritmo, in definitiva grande cinema: apparentemente distaccato ma sempre coinvolgente, strapieno di citazioni (da quelle di location a quelle situazionali) sempre puntuali e mai esibite, con almeno una sequenza – la strage della banda di corsi compiuta all’interno di una macchina – di quelle da mandare a memoria. E le due ore e mezza di durata scorrono senza che ce se ne accorga. Capolavoro? Sì, capolavoro.

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