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Catherine Stewart è apparentemente una donna di successo. Nella professione – è un’affermata ginecologa – e in famiglia, con il marito David professore di musica e un figlio adolescente pianista di talento. Ma dietro la facciata è piena di insicurezze e frustrazioni, che cominciano a deflagrare quando il marito non si presenta in tempo a una festa a sorpresa per il suo compleanno. Ha davvero perso l’aereo, come sostiene, o c’è dell’altro? E le gentilezze che riserva a studentesse e cameriere sono davvero solo tali? Per scoprirlo Catherine decide di ingaggiare una giovane escort di alto bordo, Chloe, col compito preciso di sedurre David. Ma le cose non andranno affatto come preventivato…
Egoyan, diciamolo subito, è uno dei rari cineasti contemporanei che davvero disponga di una cifra personale. Nello stile registico, che rimanda alla perfezione di Hitchcock (in questo non dissimile da De Palma) ma si caratterizza per una freddezza entomologica tutta postmoderna: e nei temi che innervano da sempre la sua filmografia (l’immagine che rivela ed inganna al tempo stesso, il sesso come motore scatenante degli accadimenti, la compassione non esibita per personaggi comunque schiacciati da pulsioni primarie che, condizionati dall’ordine sociale, non riescono a rivelare nemmeno a se stessi). Questa personalità – indubbia – ha portato a risultati altalenanti: capolavori come Il dolce domani, Il Viaggio di Felicia, soprattutto Ararat, e pellicole più controverse come Exotica e False verità . Purtroppo – ed è la prima, speriamo l’ultima volta – stavolta mette capo a un film semplicemente brutto. Non che venga meno la capacità registica, anzi per certi aspetti esaltata: a difettare è la sceneggiatura. Non a caso non sua (e credo sia la prima volta), non a caso di quella Eric Cressida Wilson che ci lasciò perplessi con lo scherzo tirato troppo in lungo di Secretary e ci infastidì col voyeurismo compiaciuto e falsamente pietistico di Fur. I temi suoi propri sulla carta ci sarebbero tutti: la scrittura, purtroppo, no. Ne esce una pellicola mal condotta a livello drammaturgico (la presunta “trovata” che dovrebbe sorprenderci è intuibile dopo mezz’ora) e con vistosi buchi di logica narrativa, indecisa sulla strada da intraprendere (melodramma, thriller, noir, vengono tutti sfiorati ma mai introiettati) e con un finale tanto scontato quanto imbarazzante. Con in più il disvalore di qualche dettaglio assai volgare, come nell’amplesso lesbico con tanto di mano che fa capolino tra le cosce. Peccato, perché la regia come detto sopra c’è e gli attori – da una Julianne Moore finalmente rinata a pellicole non alimentari a una Amanda Seyfried che si propone dopo Jennifer’s body come possibile icona lesbica – ci provano. Ma alla fine resta la sensazione precisa di un infortunio. Evitabile: al confronto Attrazione fatale era un trattato psicanalitico.
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