Shutter Island
Nel 1954, una donna, Rachel Solando, colpevole di aver ucciso i suoi tre figli, sembra essersi volatilizzata nel nulla a Shutter Island, un’isola al largo delle coste statunitensi trasformata in manicomio ciriminale. Un funzionario dell’FBI (ossessionato dai ricordi della scoperta di Dachau e dalla morte accidentale della moglie), insieme a un nuovo partner, vengono inviati a risolvere il caso. Si trovano così invischiati in una situazione surreale, fra medici ambigui, inservienti conniventi, poliziotti duri, e un misterioso faro dove, con metodi poco ortodossi, sembra vengano risolti i casi clinici all’ultimo stadio. Il tutto mentre un uragano in arrivo rende indefinibili i contorni fra realtà e illusione…
Il romanzo di Dennis Lehane, sceneggiatore di Mystic river e Gone baby gone; un cast formato da un Di Caprio ormai in piena maturità espressiva, un Ben Kingsley luciferino e un redivivo Max Von Sydow; i riferimenti a opere del passato pregne di suspence e thriller metafisico, dal Processo di Welles a La donna che visse due volte di Hitchcock al Demme de Il silenzio degli innocenti, passando attraverso Preminger, Tourneur, Wise, Clayton; un’atmosfera plumbea che da sola varrebbe il biglietto, colma di tragedia imminente e angoscia esistenziale: sembrerebbero gli ingredienti migliori per un thriller da salti sulla sedia. Peccato che quest’ultima fatica di Scorsese si allinei con gli ultimi suoi lavori, in precario equilibrio fra la sua fama del passato e una senilità nell’approccio che appesantisce tutto il lavoro. In questo caso il regista newyorkese non viene certo aiutato da una sceneggiatura che grida vendetta (scritta da Laeta Kalogridis), pregna di luoghi comuni e che, pur essendo intuibili ben presto i presunti colpi di scena, ammorba lo spettatore con lunghissime e dettagliate spiegazioni tra flashback e location improbabili. Certamente, Scorsese ci mette molto del suo per non far decollare un film che avrebbe meritato ben altro esito, con rimandi troppo espliciti ai suoi riferimenti narrativi ma senza la loro forza espressiva (viene da pensare, con rimpianto e nostalgia, cosa avrebbe saputo combinare Orson Welles nella scena all’interno del famigerato padiglione C…). La cosa è sorprendente perché a dirigere è non un pivellino qualsiasi, ma un vecchio leone di Hollywood, che ha saputo rinnovare lo sguardo del cinema mondiale, non solo americano, negli ultimi 40 anni; ma è un dato di fatto che l’occhio di Scorsese è in caduta libera da troppo tempo, rinvigorito solo dai suoi documentari sulla nascita del blues e sul concerto dei Rolling Stones. I temi forti del romanzo di Lehane (la persistenza dei concetti nazisti nell’America del dopoguerra, la distinzione tra realtà e illusione, il peso dei sensi di colpa di un uomo esteso a quello di un’intera nazione che ha liberato il mondo vincendo la guerra ma non sa combattere i propri fantasmi, e infine i delitti di una psichiatria malata nel profondo) vengono annegati nell’acqua che scende dal cielo, incessante, e ricopre ogni buona volontà di chi ha scelto di creare questo film. Rimangono, naturalmente, alcune scene da antologia, e ogni tanto l’apprensione riesce a serpeggiare; ma l’indagine fuori e dentro di sé del Di Caprio agente federale alla lunga stanca, senza riuscire quasi mai a essere coinvolgente. Una cocente delusione, acuita da una durata spropositata (si potrebbero tagliare almeno 20 dei 138 minuti del film, senza alterarlo granchè). Tristemente evitabile: che peccato!
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2 Commenti
1.
Noodles scrive il 06 Marzo 2010 alle 15:52
Non ho ancora visto il film ma concordo su tutto il discorso dell’ultimo Scorsese. Ma insomma che diavolo gli è successo? non è solo questione di risultati, a me da proprio l’impressione di aver rinunciato e basta. che non ci pensi nenche più a fare i film di una volta e che si adagi su queste cosucce giusto per fare qualcosa. spero sempre in un colpo di coda… ma in effetti le cose stanno ristagnando da troppo tempo.
U film come Gangs of NY era imperfetto ma almeno vivaddio aveva ancora in sé quella purezza del regista, quel ruggito che ormai è sparito del tutto (salvo The Departed, che però per quanto bellissimo, è certo lontano dall’anima più vera del regista).
2.
marco cavalleri scrive il 07 Marzo 2010 alle 21:51
Concordo… e. tra l’altro, godeva appieno della sceneggiatura di un altro.