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Bad Blake, direbbero gli americani, has been. E’ stato un grande cantante country, ma adesso fa concerti nei bowling e nei bar. E’ stato il pigmalione di Tommy Sweet, che vende cinque milioni di dischi ad album, ma si rifiuta in via pregiudiziale di aprirne i concerti salvo poi cambiare idea per il cachet. E’ sato un padre, ma non vede suo figlio da più di vent’anni. Ora è un alcoolizzato e un tabagista estremo, capace di accendersi una sigaretta con un’altra e farsi fuori una bottiglia di bourbon in un pomeriggio. L’incontro casuale con Jean e suo figlio Buddy sembrano rimetterlo in sesto: ma l’imprevisto e il vizio del bere fanno precipitare tutto. Finché…
Crazy Heart è, almeno negli USA, una delle sorprese dell’anno: film indipendente (ma capace di far innamorare gente del calibro di Robert Duvall e T-Bone Burnett, non a caso tra i produttori) diretto da un semi esordiente, ha strappato due Golden Globes e tre nomination all’Oscar, e incassato fin qui una trentina di milioni di USD. Soldi e riconoscimenti tutto sommato meritati, per quanto si sia sul derivativo spinto. Difficile non pensare agli splendidi (e più vitali, va detto) losers di Peckinpah, al Junior Bonner de L’ultimo Buscadero cui non allaccia le scarpe. Limitandoci all’oggi siamo dalle parti di The Wrestler, cui peraltro molto somiglia(se non proprio ricalca): con, ahimé, molti punti in meno ma anche qualcuno in più.
Tra quelli in meno una sceneggiatura la cui linearità si fa persino banale, bigino ai limiti del pedissequo della “second chance” tanto cara al cinema e alla cultura americana in generale, svolte narrative fin troppo annunciate e programmatiche, una fotografia panoramica ai limiti del cartolinesco (quante volte in un film abbiamo visto e stravisto la Monument Valley? E non era meglio collegarla nella memoria a un’impresa di John Wayne rispetto a un viaggio in macchina?). Una regia fin troppo timorosa, quasi soffocata dalla presenza di numerosi bei/grandi volti hollywoodiani (alla rinfusa Farrel, Duvall, la Gylllenhaal) e incapace di andare oltre la mera funzionalità narrativa.
Tra quelli in più, o almeno in pari, la straordinaria interpretazione di Jeff Bridges, unico vero rivale di Clooney nella corsa all’Oscar per il miglior attore, un Big Lebowsky incarognito e sofferente che qua e là strappa l’applauso neanche si fosse a teatro. Una colonna sonora da ricordare, non solo per gli amanti di quel country sempre assunto nell’immaginario come musica per cowboy e massaie del Midwest ma nella realtà capace di grande drammaticità e interpreti oscuri (pensate a Hank Williams, a Johnny Cash, a Willie Nelson). Dialoghi perfetti, con qualche battuta da mandare a memoria. E, last but not least, un finale che sa evitare tanto le trappole della tragedia quanto quelle dell’ happy end, riconciliato ma tutt’altro che accomodante. Magari non imperdibile, di certo non destinato alla storia del cinema. In fondo in fondo un po’ scolastico, con l’aria del bel compitino di chi scrive bene ma non si impegna poi troppo – e potrebbe fare di più. Ma gradevole, questo sì. E il biglietto non sarebbe mal speso.


