Invincibile come la forza del perdono che libera l´anima, e che quindi, come tale, è un´arma potentissima. Chi poteva dire una frase come questa, se non l´uomo che ha passato in carcere ventisette anni della sua vita segregato da un sistema basato sull´apartheid e che, una volta libero e divenutone presidente, utilizza un campionato di rugby per compattare lo spirito di un paese e non farlo precipitare nel baratro della guerra civile e dello scontro tribale? Il suo nome è Nelson Mandela, Madiba per gli uomini del suo clan, il paese è il Sud Africa e gli anni sono l´inizio dell´ultimo decennio del secolo scorso, quando il regime degli afrikaner crollò sotto il peso della sua stessa vergogna…
Permettetemi di citarmi, una volta tanto. Tranquilli, lo faccio solo per dimostrare che gli imbecilli esistono. E mi riferisco in particolare a quello che scrivevo da uno dei festival di Venezia che apriva il nuovo secolo dopo la proiezione di Space Cowboys, film di Clint Eastwood che inaugurava il festival – che, tra l´altro, dedicava al regista una retrospettiva e inaugurava una rilettura critica della sua opera come una delle più mature e complesse del cinema americano degli ultimi quarant´anni. Dopo avere apprezzato la pellicola, scrivevo che, considerando l´età del Nostro e visto il disimpegno della trama, a mio parere il meglio della sua carriera Eastwood l´aveva già raggiunto con i suoi titoli precedenti. Della serie: quando il silenzio è d´oro… Nel decennio successivo, a parte Debito di sangue che è prettamente un film di genere, Clint ha sfornato capolavori come Mystic River, Million Dollar Baby, Flags of Our Fathers, Lettere da Iwo Jima, Changeling e Gran Torino, che gli hanno valso lo statuto di Autore con la maiuscola – facendo quasi dimenticare alla critica più paludata il suo passato da pistolero – e lo hanno proiettato nell´empireo dei più grandi registi oggi in circolazione.
Eastwood replica con questo Invictus che, come tutti i suoi film, ha la falcata lunga del cinema classico, fatto di storie attente allo sviluppo psicologico dei personaggi e rispettoso dell´intelligenza degli spettatori. Scaturito, in realtà , dalla volontà del protagonista Morgan Freeman, candidato all´Oscar per il ruolo, che cercava da anni la possibilità di interpretare l´amico Mandela sullo schermo, ma preso al balzo dal regista che ha capito subito di poter farlo suo e poterlo piegare a quella che è la sua poetica. Che, appare evidente negli ultimi anni, dopo il trascorso da pistolero che ha portato il Giardino dove prima c´era il Deserto, l´ordine dove prima c´era caos e prevaricazione, ora, caprianamente – ma un Capra maturo, non quello scimmiottato da Spielberg che con The Terminal si limita a ricalcare l´ottimismo capriano in un mondo che ormai è del tutto mutato –, filma la democrazia nel faticoso cammino del suo farsi, con i suoi momenti bui (Mystic River, Flags of Our Fathers, la polizia corrotta di Changeling) dove il sistema pare non reggere, e i suoi momenti di grande integrazione e spinta individuale (Million Dollar Baby, la protesta civile di Changeling e il sublime Gran Torino), dove anche il martirio getta nuova luce sul precedente cinema dell´ispettore Callaghan. Ricco di rimandi ai titoli già citati, in questo Invictus abbiamo un Mandela che riesce a ricostruire un tessuto sociale laddove basterebbe un nonnulla per creare un dramma civile come quello del Rwanda, semplicemente “playing the enemy” (citando il titolo del libro di John Carlin da cui è tratto il film), cioè “giocando” come il nemico (gli afrikaner), o “recitando” il nemico, e quindi mettendosi nei suoi panni (la casacca verde e oro degli Springbok, l´odiata squadra di rugby del regime sudafricano), immedesimandosi nel loro punto di vista, e così portare loro dal nostro (il percorso di formazione del capitano della squadra Franà§ois Pienaar).
Clint Eastwood è un grande perché gira grandi film pensando in piccolo. Gli stessi collaboratori nei ruoli chiave della troupe che lo segue da anni (ci si capisce al volo e si procede più speditamente), la leggendaria parsimonia durante le riprese (al contrario di Kubrick, Eastwood non va mai oltre la terza o quarta ripresa di una scena), nessuna concessione alla spettacolarizzazione, ma un cinema capace di creare suspense anche dove non ce n´è (il furgoncino del giornalaio, l´aereo di linea, il ragazzino sospetto), semplicemente per coinvolgere il pubblico e, come Mandela, portarlo dalla sua parte. Nel suo caso si è subito pronti ad invocare il capolavoro. Personalmente l´unico neo che gli trovo è un Matt Damon completamente fuori parte (quarantenne recita la parte di un ventisettenne) e talmente pompato da sembrare pronto per un nuovo episodio di Terminator. Tuttavia credo che, per quanto bello, Invictus non raggiunga il pathos di altri degli ultimi titoli del regista. Ma poiché la cinepresa più veloce del West è diventata una doppietta che sforna due titoli all´anno, di cui il secondo va dritto al cuore; e se Flags of Our Fathers e Changeling sono sì dei capolavori, ma Lettere da Iwo Jima e Gran Torino sono semplicemente film sublimi; allora attendo con cocente impazienza Hereafter, un thriller girato quasi senza soluzione di continuità dopo Invictus e già in fase di postproduzione: non potrà che confermare la grandezza dell´ultimo regista del cinema classico statunitense, ormai alla soglia degli ottant´anni, e che Dio ce lo conservi il più a lungo possibile. Di gente come lui hanno gettato lo stampo.
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