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The Wolfman

Posted by Tullio Di Francesco | Posted in Cinema | Posted on 19-02-2010

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the wolfman The WolfmanLa feroce scomparsa del fratello costringe l´attore shakespeariano Lawrence Talbot a fare ritorno all´avito maniero inglese. Qui trova ad attenderlo il padre misantropo con tanto di servitore sikh, l´affranta fidanzata del fratello, Gwen Conliffe, la paurosa superstizione degli abitanti del natio paesino di Blackmoor, e una compagnia di zingari che sparge leggende basate sulla licantropia. L´ispettore Aberline di Scotland Yard, però, è convinto che le uccisioni abbiano una causa molto più naturale, e presto i suoi sospetti si incentrano su Lawrence che, come tutti sanno, in gioventù ha evidenziato disturbi psichici in seguito alla morte della madre. Questi, nel frattempo, è stato ferito dalla misteriosa creatura durante un´incursione nel campo degli zingari, e, la prima notte di plenilunio, il suo corpo incorre in una per noi celebre mutazione. Inutile dire che il sangue scorrerà  a fiotti e che la bella vincerà  sulla bestia…

La maledizione che colpisce i Talbot è niente in confronto a quella che ha segnato la realizzazione di questo film. Annunciato da almeno due anni, la sua uscita è stata ritardata fino ad oggi perché, secondo le dicerie, era troppo spaventoso per il pubblico americano da pop-corn movies. Molto più probabilmente per le incomprensioni intercorse tra il regista Mark Romanek, scelto originariamente per il progetto, e la mente che sta dietro a questa produzione: l´attore-produttore Benicio Del Toro, grande estimatore dell´originale di cui questo si pone come libero remake, L´uomo lupo di George Waggner del 1941 con Lon Chaney Jr. Fatto sta che, infatti, al timone della regia, defenestrato il regista di One Hour Photo, è giunto il veterano Joe Johnston, quello che nella Hollywood degli anni d´oro si sarebbe definito un abile artigiano e che è autore di molti film medi nelle intenzioni così come, pur se pensati per il grande pubblico, nei risultati al botteghino (Tesoro, mi si sono ristretti i ragazzi, Rocketeer, Jumanji, Cielo d´ottobre, Jurassic Park III e Hidalgo). Il risultato, com´era prevedibile, è una pellicola che scorre senza particolari intoppi per la sua ora e tre quarti di lunghezza con alcuni bei momenti ed altri degni di entrare nella classifica dello scult, ma la cui confezione è, come sempre a Hollywood, ineccepibile: sceneggiatura di Andrew Kevin Walker (Seven e Il mistero di Sleepy Hollow) e David Self (Thirteen Days e Era mio padre), la presenza al montaggio del decano Walter Murch e ai costumi di Milena Canonero, musiche di Danny Elfman e make up di quell´autorità  in materia che è Rick Baker, che già  ci aveva fatto provare brividi senza pari ai tempi di Un lupo mannaro americano a Londra e L´ululato.

Detto ciò, il film non aggiunge nulla di nuovo alla mitologia del licantropo e, anche se millanta di basarsi sulla sceneggiatura originale di Curt Siodmak, se ne distacca piuttosto nell´ambientazione vittoriana e nel background che fornisce al protagonista. Risulta godibile per il senso di mistero della prima parte e per la digressione psichiatrica che rivela un cuore malignamente antipositivista, senza contare il vero effetto speciale: il volto di Benicio Del Toro, che già  di per sé è uno straordinario omaggio al cinema espressionista. Poi degrada verso una prevedibilità  apodittica dalla quale non lo salva né l´uso del computer – che vanifica il lavoro di Rick Baker e impallidisce di fronte all´exploit prostetico da lui già  messo in campo trent´anni fa –, né le scappatelle per le strade di una Londra notturna che sembrano tanto una citazione di John Landis senza però averne l´ironia. L´ampliamento di una parte che nell´originale aveva un ruolo ben più marginale, porta ad una resa dei conti tra licantropi già  pronta per essere inserita in qualche spezzone di Blob. E se, come si diceva, nel finale la bella sconfigge la bestia, il ruolo della fidanzata dedicato alla nuova promessa Emily Blunt non è poi così sfaccettato da spiccare, anzi è piuttosto nel solco stereotipato della tradizione. Sir Anthony Hopkins giganteggia e gigioneggia come al solito, e per il momento mi sa che tutti gli uomini puri di cuore che recitano le loro preghiere di sera e che amano l´originale si dovranno accontentare.

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