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Il figlio più piccolo

Posted by Marco Cavalleri | Posted in Cinema | Posted on 18-02-2010

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figlio piu Il figlio più piccoloLuciano Baietti se n’è andato da Bologna il giorno stesso delle nozze, nel 1992, lasciando dietro di sé moglie e due figli ma non trascurando di portare con sé i beni immobili, insieme al misterioso Sergio Bollino, consulente finanziario ex seminarista e decisamente spregiudicato. Lo ritroviamo ai giorni nostri a capo di un impero societario/immobiliare in procinto di sfaldarsi, circondato da aspiranti starlettes televisive, prossimo alle seconde nozze con una nuova ricca romana datasi alla politica con una squadra(ccia) di tronisti, soprattutto ben deciso a salvare una ricchezza costruita a furia di minacce e connivenze. Quale migliore idea di fingere un pentimento tardivo e invitare come testimone al coniugio Baldo, il figlio più piccolo, ingenuo studente del Dams ancora convinto della sua buona fede, per intestargli le parti pericolanti della baracca? Ma le cose non andranno per il verso giusto…

Prima premessa: chi scrive in passato stimava sinceramente Avati, ritenendolo un cineasta orgogliosamente “minore”, dedito a un minimalismo programmatico che non escludeva la capacità  di volare alto. Seconda premessa: Christian De Sica non è necessariamente un attrezzo da cinepanettoni, e – chiamato a dimostrarlo in un ruolo più serio – se la cava alla grande. Detto questo – e riconosciute le attenuanti generiche – Il figlio più piccolo rappresenta un punto basso – ahimé, l’ ennesimo, data anche l’eccessiva prolificità  – della carriera dell’autore bolognese. Che sembra aver voglia di confrontarsi, dopo il terribile amarcord di Gli amici del Bar Margherita, con l’Italia contemporanea calcando (e ce ne sarebbero tutte le ragioni) il pedale del grottesco. Ma lo fa in modo fastidiosamente bozzettistico, con personaggi e situazioni tanto “esemplari” da non suscitare né risate né indignazione. Dirigendo piattamente – non c’è una sola sequenza che non sembri destinata direttamente al piccolo schermo – una sceneggiatura piena di luoghi comuni e inverosimiglianze. E, quel che è peggio, chiudendo su una moralina – i furbetti di oggi in fondo hanno solo tentato di elevarsi da un destino di miseria antica e pregressa – che, più che buonista, appare meramente (e insopportabilmente) assolutoria. Il tutto per cento minuti che, salvo qualche intuizione felice, inducono spesso a dare un’occhiata all’orologio: e, per un De Sica restituito alla sua dignità  attoriale, c’è una compagnia di attori – Zingaretti e Morante purtroppo compresi – realmente al minimo sindacale. Da qualche parte leggerete che è bello: tenete conto che trattasi di quella difesa del Made in Italy che spinge a promuovere l’ultimo panino di McDonald’s. Evitabile, senza nessun pentimento. Il cinema sta da un’altra parte: e, se proprio volete vedere di quali intuizioni sullo stato morale e materiale dell’Italia è stato in passato capace Avati, recuperate Impiegati. Ché lì si vedeva davvero del bel cinema.

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